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Il caso dell'asilo di Milano fa orrore ma ci costringe a rispondere a una domanda: i ceffoni quando sono censurabili?

Nella scuola italiana le punizioni corporali sono bandite dal 1928. In Giappone sono una pratica accettata. Ciò che ci rende insopportabile l’equazione schiaffone-educazione, è il passaggio da un sistema di trasmissione autoritaria dei valori e dei saperi all’affermazione di una identità personale che diviene inviolabilità fisica.

3 Agosto 2016 alle 06:15

Il caso dell'asilo di Milano fa orrore ma ci costringe a rispondere a una domanda: i ceffoni quando sono censurabili?

Asilo Vidari, Torino in una foto del 1956 (foto laPresse)

Mio fratello mi picchiava, mia sorella picchiava mio fratello, mio padre picchiava mia sorella, mio fratello e me. La mamma picchiava mio padre, mia sorella, me e mio fratello. I vicini di casa picchiavano la nostra famiglia. I dirimpettai picchiavano i nostri vicini e la nostra famiglia”. Non c’è come lo Zelig sotto ipnosi di Woody Allen per spiegare il grottesco profondo (più che disagio profondo) che casi come quello dell’asilo nido di Milano, la maestra che mordeva e picchiava i bambini, suscitano nelle nostre animucce. Al tabù violato del bambino offeso rinfacciamo, come Zelig, tutto il disagio delle nostre vite. Nel caso specifico, tanto per essere garantisti, la sciagurata che dice “guarda che mi sale il crimine” merita trent’anni senza condizionale. Perché parlare male a un bambino è imperdonabile quanto menarlo. Nella scuola italiana le punizioni corporali sono bandite dal 1928, in forza del Regio decreto 1.297. Non ci sono scuse né attenuanti. Poi, certo, le streghe inesistenti di Rignano Flaminio e altri abusi mediatico-giudiziari ci hanno vaccinati. Ma non sembra questo il caso.

 

C’è però un dubbio sociale, che in questi casi sempre viene a titillare il pubblico dibattito, se davvero un ceffone (in famiglia, tra parenti) sia poi così censurabile. E’ uno dei tormentoni, chiamarlo tormento è eccessivo, delle moderne coscienze adulte e in crisi. E forse è anche il recondito motivo per cui l’Italia è uno dei pochi paesi privi di una legge che vieti ogni forma di violenza, anche “educativa”, sui minori. Eppure nei nostri percorsi personali, tra la gente che frequentiamo (e se non guardiamo troppo in là, sugli autobus o ai giardini) “le botte” sono bandite. Il punto non sono i bambini, piacevole invenzione degli ultimi secoli. In Giappone, una ricerca del ministero dell’Educazione del 2012 riportava che in quell’anno 6.721 insegnanti avevano usato punizioni corporali su 14.208 studenti. Una pratica accettata. Il Giappone non è un posto esotico: è un paese dove ancora la Tradizione e il rapporto gerarchico tra le generazioni sono istituzionalizzati e condivisi. Accade anche in altri paesi non occidentali, ma non per questo barbarici. Ciò che ci differenzia, e ci rende insopportabile l’equazione schiaffone-educazione, è la fine dell’ancien regime sociale, quel passaggio che le nostre culture hanno compiuto da un sistema di trasmissione autoritaria dei valori e dei saperi (dal saper stare a tavola alla nozione di bene e male) che prevedeva la non sussistenza giuridica e la punibilità fisica del bambino. Da quell’educazione, che genialmente Michel Foucault chiama “fabbricazione di corpi docili”, si è passati a un mondo che quel modello ha rifiutato (in teoria, va’), proprio a partire dall’affermazione di una identità personale che diviene inviolabilità fisica. Un salto novecentesco, che deflagra con la generazione dei baby-boomer, nutrito dalle pedagogie alla Bruno Bettelheim e da altri miti sociali ormai centenari. Se siamo qui a interrogarci sullo schiaffo, non è per l’intrinseco orrore della violenza. E’ per evitare di chiederci che cosa passasse attraverso quella “fabbricazione di corpi docili”, se fosse meglio o peggio di quel che passa oggi, attraverso una maestra fuori controllo legale o un genitore in preda all’isteria. Anni fa, il New York Times aveva titolato: “Gli strilli sono la nuova sculacciata”.

 

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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