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La lettera del marito di Virginia Raggi. Come rovinare la festa per una vittoria

Punti esclamativi come artigli sul sindaco di Roma. Ah, un’ultima cosa: mi manchi da morire, tuo marito. Ecco la lettera aperta di Andrea Severini a pochi istanti dalla vittoria, che urla a Virginia: sono qui, sono felice per te ma ti ricordo che tutto questo l’abbiamo fatto insieme. E quel tavolino per dare informazioni per il referendum sull’acqua e sul nucleare l’avevamo comprato insieme.

21 Giugno 2016 alle 11:04

La lettera del marito di Virginia Raggi. Come rovinare la festa per una vittoria

Il nuovo sindaco di Roma, Virginia Raggi (foto LaPresse)

Virginia Raggi sorrideva, raggiante, vestita di bianco e con il ciondolo a forma di pupazzetto al collo a ricordarle sempre suo figlio di sette anni. E’ il primo sindaco donna della storia di Roma, dalla borgata di Ottavia, trentasette anni, forse separata, ma ha sempre preferito non parlarne (“siamo in crisi da diverso tempo”, ha detto soltanto): la vita reale a un certo punto ha bisogno di spazio, ha bisogno di gridare eccomi, ricordati chi sei, e allora ecco la lettera aperta del marito (ex) a pochi istanti dalla vittoria, che urla a Virginia: sono qui, sono felice per te ma ti ricordo che tutto questo l’abbiamo fatto insieme, che quel tavolino per dare informazioni alla fermata della metro Battistini per il referendum sull’acqua e sul nucleare l’avevamo comprato insieme, quando eravamo noi.

 

Andrea Severini dà un titolo al suo post, “Lettera al sindaco di Roma, mia moglie!”, e sono punti esclamativi, in tutta la lettera, di orgoglio e di commozione, ma anche di rivendicazione di un posto preciso e importante dentro questa vittoria, sono punti esclamativi come uncini (come artigli?) per aggrapparsi meglio alla grande novità, e a una donna che non gli sta più accanto: “Quanto tempo passato insieme a parlare di Roma? dei gruppi d’acquisto solidale? del movimento? Dei problemi da risolvere, delle possibili soluzioni? Quante volte ti ho detto che ti vedevo bene come sindaco e che ero sicuro che ce l’avresti fatta? Così è stato!”. Andrea Severini passa dall’io al noi di continuo, forse per l’emozione, forse per l’impossibilità di dividere la vita privata da quella pubblica, da domenica notte in poi, forse per essere certo di esistere ancora. E così, ringraziandola (“Non smetterò mai di ringraziarti”) chiede di essere ringraziato, dicendole “ora tocca a noi” le chiede di non essere dimenticato. Come amore, come compagno di lotte, come risorsa per la nuova giunta, come spalla su cui appoggiarsi nei momenti difficili. Sarebbe stato meglio se lui si fosse fermato a: “Sono 21 anni che ti conosco, ora per noi è un momento difficile è inutile nasconderlo, ma io  sarò sempre accanto a te. Cercherò di proteggerti il più possibile anche da lontano”, anche se non è nemmeno questo un modo limpido di dire: brava, sono fiero di te.

 

La questione privata fra Virginia Raggi e suo marito è diventata pubblica nel momento esatto in cui lei ha vinto le elezioni, come una nuvola a coprire la luna, come un modo per riportare lei giù, o per arrivare, lui, un po’ più in alto, un po’ più vicino a lei. Anche questa è vita reale, sofferenza e smarrimento vagamente ricattatorio non solo per un matrimonio in crisi, o esaurito, ma perché uno dei due rimane indietro a gridare, come ultima frase di finto festeggiamento: “Mi manchi da morire”. Sii felice Virginia, primo sindaco donna della storia di Roma, ma non troppo, perché tuo marito vuole che tu sappia che “finora è stata dura, adesso lo sarà ancora di più”.

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