Chiara Appendino e Virginia Raggi (foto LaPresse)

Minority Report

Se il Partito della nazione è questo, per forza vincono i Cinque stelle

Giovanni Maddalena
Ha ragione Fassino a dire che il centrodestra e la destra hanno votato contro di lui. Inoltre avrà già visto, guardando bene i numeri, che anche alcuni della sinistra hanno votato contro di lui.

Ha ragione Fassino a dire che il centrodestra e la destra hanno votato contro di lui. Inoltre avrà già visto, guardando bene i numeri, che anche alcuni della sinistra hanno votato contro di lui. Del resto, che si voti contro è noto e chi non ne tiene conto dimentica il cruciale aspetto emotivo e affettivo della politica, che – sono sicuro – Fassino conosce meglio della maggior parte dei politici italiani. Il problema, dunque, è quello opposto: perché Fassino, e con lui buona parte della Torino bene, poteva pensare che gli elettori votassero diversamente (addirittura al primo turno, si diceva qualche mese fa)?

 

La svista è dovuta a una narrazione che si dimostra ideologica, visto che non coglie cosa accade nella realtà. La narrazione si può riassumere così: le grandi ideologie e le grandi visioni ideali del mondo sono finite, il mondo è sottoposto a cambiamenti radicali che non lasciano più nulla come prima (non si specifica mai quali sono e cosa cambiano). In questa situazione di società liquida dove nulla vale, alla politica rimane il compito di dirimere alcuni problemi pragmatici che non hanno colore ma richiedono solo buon senso e sui quali non si può che adottare una soluzione comune. Quest’ultima, poi, si racchiude in diritti liberal egalitari, grandi industrie, amministrazione efficiente, decisionismo, centralismo, europeismo moderato, mercato globalizzato ma non selvaggio. Si farà su questo programma il Partito di sistema o della nazione. A Torino, con l’appoggio a Fassino di buona parte del centrodestra bene, il modello si era realizzato e doveva esser l’asse portante di queste elezioni.

 

Solo che questa narrazione crea due tipi di avversarsi così che, alla fine, chiunque non sia direttamente incluso nel sistema ha buoni motivi per non votare una formazione che a essa fa riferimento. Infatti, se uno crede all’ideologia della fine delle ideologie, perché non votare M5s che sostiene le stesse cose con in più un pizzico di nazionalismo (non bisogna dimenticarsi dei “forconi” di qualche anno fa), mano dura su sicurezza-immigrazione e, soprattutto, senza (ancora) corruzione? Il ragionamento vale doppio se, per di più, i candidati sono giovani e donne: perché non dare loro una chance e votare i vecchi frusti rappresentanti? D’altro canto, chi non crede a questa narrazione perché non dovrebbe tentare qualcosa di nuovo, visto che la proposta univoca oltre che già corrotta, si presenta spesso con toni antipatici di indiscutibilità e assolutezza?

 

Unendo i due gruppi di avversari, otterrete i risultati di Roma e, soprattutto di Torino. Quest’ultimo diventa anche la prova ideale del referendum, se esso deve sancire il nuovo bipolarismo tra sistema e anti-sistema. Avevo già scritto su queste pagine che, invece, gli ideali e le idee occorrono e che sia il centrodestra sia il centrosinistra ne hanno urgente bisogno, se non vogliono essere sepolti dalla valanga. Devono cambiare narrazione, in fretta, recuperando il contatto con il popolo effettivo e con i suoi sentimenti. Il modello del Partito della Nazione non può essere la versione smart e giovane dell’antico programma di leadership di stato liberal o di Ceo-capitalism, per dirla con la felice espressione di Riccardo Ruggeri: un’élite autoreferenziale e dirigenziale che ignora fatti e senso comune. Questa versione smart, nutrita di molte idee preconcette imposte con il manto del politicamente corretto, è invecchiata precocemente in un mondo che non cambia poi così in fretta, soprattutto per quanto riguarda i problemi della vita quotidiana, che purtroppo continuano a pesare come prima e, anzi, pesano maggiormente quando non si hanno ideali per cui valga la pena sacrificarsi.