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La Cassazione licenzia le riforme

La Corte decide che i dipendenti pubblici sono un po’ più uguali di quelli privati: per loro non vale la legge Fornero ma l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Continua l’azione generalizzata della magistratura per ostacolare le riforme adottate per fronteggiare gli effetti della crisi

 

9 Giugno 2016 alle 16:07

La Cassazione licenzia le riforme

Foto LaPresse

La Corte di Cassazione ha deciso “all’esito di una approfondita e condivisa riflessione”, che il licenziamento del personale del pubblico impiego non è disciplinato dalla legge Fornero ma dall’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. La legge del 2012 era intervenuta modificando le procedure precedenti il licenziamento dei dipendenti pubblici e specificando le motivazioni necessarie per procedere, allo scopo di equiparare dipendenti pubblici e privati. Ora la magistratura cancella questa riforma, introducendo nuovamente privilegi per i dipendenti pubblici, giustificati forse da qualche cavillo giuridico, ma sostanzialmente ingiusti. Per la verità, se c’era una ragione per ostacolare i licenziamenti per timore che essi non corrispondessero a esigenze aziendali oggettive ma fossero conseguenza di atteggiamenti discriminatori, questo poteva valere soprattutto nelle imprese private, dove in realtà quando fu varato lo Statuto, alla fine degli anni Sessanta, questa pratica era realmente diffusa.

 

Era probabilmente in considerazione dell’esistenza e dell’efficacia di queste norme della legge Fornero che, quando successivamente si è modificata, per i nuovi assunti, attraverso il Job Act, la normativa sui licenziamenti abolendo, per questa categoria, l’articolo 18, si è esclusa l’applicazione delle nuove norme ai dipendenti pubblici. Ora la sentenza della Cassazione determina una ingiustificata differenziazione nei trattamenti che sembra una sanzione dell’inamovibilità dei dipendenti pubblici, che se non è esplicitamente anticostituzionale è comunque contraria al principio generale dell’eguaglianza dei cittadini. Può sembrare meschino attribuire questa decisione semplicemente al fatto che anche i membri della Corte sono dipendenti pubblici, ma comunque il carattere di difesa di vantaggi della “corporazione” di cui fanno parte gli stessi estensori della sentenza lascia perplessi.

 

Più in generale si può osservare che è in corso una specie di azione generalizzata della magistratura per ostacolare le riforme che sono state adottate per fronteggiare gli effetti della crisi. Ci sono state sentenze contro il blocco degli automatismo di rivalutazione delle pensioni più alte, recentemente è stata annullata la riduzione dei ritorni ai comuni, oggi si reintroduce l’articolo 18. In particolare sulla delicata materia del mercato del lavoro l’azione della magistratura, a cominciare dai “pretori d’assalto” che si vantavano di non aver mai emesso un giudizio favorevole a un datore di lavoro, ha amplificato gli effetti di irrigidimento già presenti nella legislazione, con effetti pesanti e permanenti sulla funzionalità dell’apparato produttivo. Anche così le già deboli propensioni alla crescita vengono raggelate.

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