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Il problema non sono i pensionati ma la gelata demografica. I dati Istat e la “profezia Blangiardo”

Nel secondo paese più vecchio del globo si parla troppo di pensioni. Sull’autunno demografico italiano, sul quale pare allungarsi un gelo invernale, i fattori economici incidono ma non ne sono la causa principale. Il thriller della società “childfree”.

22 Maggio 2016 alle 06:23

Il problema non sono i pensionati ma la gelata demografica. I dati Istat e la “profezia Blangiardo”

Roma. Dal 2016 l’Italia è ufficialmente – anche secondo le cifre diffuse ieri del Rapporto annuale dell’Istat – il secondo paese più vecchio del mondo, dopo il Giappone e poco prima della Germania. Il nostro indice di vecchiaia, cioè il numero di ultrasessantacinquenni ogni 100 giovani al di sotto dei 15 anni, è pari a 161,1. In Giappone è 204,9; in Germania 159,9. La media dell’Unione europea 120,9, con Francia e Regno Unito che tendono verso la gioventù. C’è un altro modo di incrociare le cifre di anziani e giovani: la percentuale dei primi e dei secondi sul totale della popolazione. Ebbene, l’Italia ha il record di over 65 (21,4 per cento) mentre è terzultima (13,9) prima di Germania e Bulgaria per under 15. Situazione opposta in Irlanda che ha il più alto numero di ragazzi (22 per cento) e il più basso di anziani (12,6).

 



 

 

Questa pioggia di dati rivela intanto una cosa: sull’autunno demografico italiano, sul quale pare allungarsi un gelo invernale, i fattori economici incidono ma non ne sono la causa principale. Diversamente non si spiega perché la Germania, con quasi zero disoccupati, ci talloni da vicino. Né perché l’Irlanda, che ha attraversato una crisi profonda dalla quale è certo uscita ma la cui disoccupazione è vicina a quella italiana, sia così dinamica negli indici demografici. Bisogna cercare altrove, inoltrarsi nei costumi sociali e nelle cantonate dei media, per capire quello che sul Foglio del 19 maggio Gian Carlo Blangiardo, ordinario di Demografia all’Università di Milano Bicocca, definisce un “grande tabù”: “E’ dal 1977 che l’Italia è sotto ai due figli per donna, ben prima delle crisi economiche e quando si parlava di ‘dinks’, dual income no kids, doppio stipendio e niente bambini”.

 

Il demografo Blangiardo ha parlato di “scheletro nell’armadio  del fascismo, guai a chiedere politiche demografiche, solo politiche sociali. E oggi qualunque intervento può dare frutti solo sul lungo termine, minimo dieci anni. La Francia ci investe da un secolo”. Non basta dunque il raddoppio promesso del bonus bebè, che non ha funzionato né in Germania né in Spagna. Non basta nemmeno la teoria gettonatissima dell’immigrato pronto a garantire figli e contributi in quantità. Infatti se dal 1993 al 2014 sono nati in Italia 971 mila figli di immigrati, le due maggiori fasce di età degli stranieri sono aumentate dai 25-35 anni ai 30-40, trend non compensato dai nuovi arrivi – più anziani dei precedenti e in condizioni economiche peggiori, inoltre prevalentemente maschi. Il paradosso, in una situazione del genere, è che i sindacati arrivano a minacciare scioperi a difesa dei pensionati: ovvero della categoria che ha difeso meglio i redditi e soprattutto i patrimoni (le famiglie con pensionati sono meno esposte al rischio di povertà di quelle senza pensionati in misura che varia dal 3 al 14 per cento secondo le tipologie). E’ vero che aumenta un welfare familiare pensionati-giovani che permette a questi ultimi di restare sempre più a vivere in casa: il 70,1 dei ragazzi tra 25-29 anni e il 54,7 delle ragazze, in aumento di 8 e 15 punti rispetto a vent’anni fa.

 

 

 

Ma chi dovrebbe scioperare? I figli a favore dei genitori, o i nipoti a favore dei nonni? Eppure resta perennemente aperto il cantiere delle pensioni, degli esodati, della flessibilità, costato finora 12 miliardi in cinque anni. Si discute della popolazione anziana, altro che bonus bebè. Meglio allora studiare le “piramidi demografiche” (popolazione per fasce di età nei vari anni) che l’Istat ricostruisce partendo dalle 40enni attuali e andando indietro per tre generazioni. La piramide perfetta del 1926, con l’ampia base di giovani, diventa un panettone nel 1966, s’allunga e assottiglia nel 1992 e oggi è a forma di fungo: la base giovanile è sempre più esile, sorregge un blocco di 40-65enni con sopra un’ampia guglia di 80-90enni. Mentre avanza il fenomeno del “degiovanimento” per cui in Italia, calcola l’Istat, il peso delle nuove generazioni (0-24 anni) si è pressoché dimezzato dal 1926 al 2016; caso raro. Per non fare crollare la piramide bisognerebbe irrobustire la base giovanile: con più figli, più fertilità, più matrimoni o almeno più coppie. Dobbiamo tornare al 1964 per ritrovare nelle statistiche il record di fecondità. La società “childfree” ci sta portando dall’autunno demografico a un rigido inverno.

 


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