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Recensire i candidati-sindaco di Roma (Raggi assente). Pagelle arbitrarie

Ecco come è andato il dibattito nella sede dei costruttori edili Ance-Acer. Roberto Giachetti, Giorgia Meloni, Alfio Marchini, Stefano Fassina e quella sedia vuota per la convitata di pietra Virginia Raggi assente.

12 Maggio 2016 alle 20:41

Recensire i candidati-sindaco di Roma (Raggi assente). Pagelle arbitrarie

Roma. E’ giorno di dibattito tra candidati a sindaco di Roma nella sede dell’Ance-Acer (costruttori edili nazionali e romani). Ci sono Roberto Giachetti, Giorgia Meloni, Alfio Marchini e Stefano Fassina (ancora in attesa di sentenza Tar sulle sue liste). C’è pure una sedia vuota per la convitata di pietra Virginia Raggi, candidata a Cinque stelle assente. Nel pubblico, all’ingresso di Marchini, qualcuno dice “sembra Rutelli!” e qualcun altro si domanda: “Ma Fassina non era squalificato?”. Poi parte il cronometro, con rigido contingentamento-tempi. Ecco una recensione arbitraria candidato per candidato (in ordine alfabetico).

 

Stefano Fassina. Premio simpatia (a partire dall’inseparabile zainetto). Del doman delle sue liste non v’è certezza (stamattina il Tar deciderà), ma il candidato di Sinistra italiana e deputato ex Pd transfuga ostenta serenità: “Grazie per il tasso di garantismo”, dice, e, alla domanda “ti dimetteresti se?” risponde che “il tema ancora non l’ha assillato” e strappa l’applauso. Mistero: non è mai stato così sorridente. Anzi: lo si ricorda cupissimo e dolente in tutti i talk-show, prima da viceministro dell’Economia nel governo Letta, poi da esponente della minoranza pd antirenziana, infine da “pecorella smarrita” fuori dal Pd (così l’ha definito Sergio Staino, che ci ha anche scritto un libro). Vuole ristrutturare il debito capitolino, Fassina, e ha il sogno di dimezzare i bus con piano quinquennale. Si ispira a Petroselli (e chi non?) e vuole affrontare subito fantomatici problemi di “portata costituente”. Punto debole: la strana commistione tra lessico anglo-bocconiano (“benchmark”, “spending review”, “riallocare”) e quello ex-post-neo comunista (“povertà”, “povertà”, “povertà”. E “tessuto sociale”).

 

Roberto Giachetti. Premio automotivazione (“che Roma sia bella e orgogliosa di sé” è ormai il suo mantra). Il candidato dem è senz’altro puntuale (è arrivato prima dei cronisti, dei costruttori e pure degli avversari) e autoesplicativo dal punto di vista programmatico, come durante i suoi famosi scioperi della fame – ma con più battute. Sorpresa: ha una vena fumantina finora invisibile. Appena gli fanno una domanda, infatti, picchia chi nel passato, “tra i sindaci pre-Marino, ha rubato il futuro alla città”, scatenando il toto-nome su Twitter (a chi si riferiva?). Poi parte in quarta con aria da maratoneta al quarantaduesimo chilometro: “Chi vota Giachetti sa che vota uno che si è occupato di Roma dalla mattina alla sera” e che, “a differenza di altri, si è ciucciato le primarie”. Guai a toccargli il “decentramento”, suo pallino oltre alla “trasparenza” e alla “partecipazione”. Vuole sanare “territori feriti”, “rinegoziare la parte commissariata del debito”, “nominare un assessore unico alla Rigenerazione e ai lavori Pubblici” e “completare le infrastrutture incompiute”. Annuncia “uno sblocca-Roma per il 24, in presenza del sottosegretario De Vincenti”, facendo così arrabbiare così Alfio Marchini (“vedo che si fa campagna…”) e cerca di scrollarsi di dosso la recente nomea  di “garantista storico che vuole le liste pulite” con la frase “la politica è più fragile della magistratura, ma la responsabilità è della politica”. Punto debole: l’insistenza sui municipi come futura panacea di tutti i mali (non è che siano proprio considerati vetta di efficienza e trasparenza dalla cittadinanza).  

 

Alfio Marchini. Premio pirotecnia. E’ capace di sbalordire il borghese al grido di “a Roma non facciamo panettoni ma bufale”. Autocandidandosi a Responsabilizzatore unico di dipendenti statali, vuole addirittura “un signore con nome e cognome, tracciabile e con tablet, che si occupi di Piazza Vittorio”. Con nuova vis patriottica, fa leva sulla Roma “capitale della Cristianità, del Mediterraneo, capitale europea e della nostra nazione”, e con tradizionale Leit-motiv da candidato che “ama Roma” annuncia “esemplificazioni nella vita dei romani”, “potenziamento dei tram” e creazione di un “bureau” che metta in contatto “domanda e offerta di lavoro”. Vuole “cambiare i criteri di aggiudicazione degli appalti” e rendere dura la vita del disonesto che ripara la buca stradale ma poi se ne frega della manutenzione (“facciamo come a Londra: selezione naturale su chi ti dà un prodotto che funziona”). Punto debole: insistenza pericolosa sul tema “il problema di Roma non sono i soldi” (la cittadinanza potrebbe volere le prove).

 

Giorgia Meloni. Premio assertività. Arriva senza i famosi boccoli (oggi capelli lisci), si siede, non chiacchiera, non la manda a dire (“sono l’unico presidente di partito che ci ha messo la faccia”), e si vede che vuole controbattere soprattutto all’avversario diretto nel centrodestra Alfio Marchini (i soldi a Roma sono un problema eccome, “caro Alfio”, ma “c’è anche un problema di competenze”: no banchine del Tevere e trenino Roma Ostia alla Regione Lazio, per esempio). Se la prende col governo che lascia i romani “da soli” a “costruirsi le metropolitane” e vuole “sfatare il mito che a Roma ci siano più dipendenti pubblici che altrove…” (il concetto è: sembrano tanti perché non lavorano, ma se li fai lavorare ti sembreranno meno). “Legare gli stipendi al merito”, “sburocratizzare”, “coinvolgere i privati”, “fare una holding per riunire tutte le partecipate in Borsa” sono frasi programmatiche che vengono dette con aria marziale e non lasciano scampo ai distratti della platea (impossibile non udirle e non segnarsele, se cronisti). Punto debole: non sorride più, ma proprio più, e anzi sembra sul punto di commissariare tutto e tutti, finanche il dibattito (sono avvisati coloro che volevano relegarla al ruolo di “mamma Meloni”).

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