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Dopo Nogarin indagato anche Pizzarotti. Da Parma a Livorno, il M5s di governo col dilemma delle “mani pulite”

Il sindaco di Parma è sotto inchiesta per abuso d’ufficio. Domani a Livorno consiglio comunale sull’avviso di garanzia al sindaco. Ma più che giudiziari i problemi delle amministrazioni grilline in giro per l'Italia sono politici, hanno scoperto che “governando ci si sporca le mani"

12 Maggio 2016 alle 10:39

Dopo Nogarin indagato anche Pizzarotti. Da Parma a Livorno, il M5s di governo col dilemma delle “mani pulite”

Il sindaco grillino di Parma Federico Pizzarotti (foto LaPresse)

Dopo Livorno in casa grillina scoppia il caso Parma. Il sindaco Federico Pizzarotti e l’assessore alla Cultura Laura Ferraris sono indagati per abuso d’ufficio per le nomine al Teatro Regio. Lo scorso autunno la procura aveva aperto un fascicolo in seguito agli esposti del senatore dem Pagliari riguardo la procedura di selezione per la direzione generale del teatro: la giunta grillina inizialmente aveva scelto la via del bando pubblico e della selezione di una commissione sulla base dei curriculum, poi ha chiuso la “ricognizione esplorativa” bocciando tutti i candidati e infine ha scelto una settimana dopo due persone, Anna Maria Meo come dg e Barbara Minghetti per i progetti speciali, che non avevano partecipato al bando.

 

Situazione simile, ma molto più complicata a Livorno dove domani, che è venerdì 13 (chissà se Filippo Nogarin è scaramantico), si terrà un consiglio comunale sull’inchiesta per la gestione della municipalizzata dei rifiuti in cui il sindaco è indagato per bancarotta fraudolenta insieme all’assessore al bilancio Gianni Lemmetti: la seduta si annuncia infuocata, con le opposizioni pronte a chiedere le dimissioni di Nogarin e della giunta. In deroga al metodo Davigo (“la presunzione d’innocenza non c’entra nulla coi rapporti politici”) e al metodo Di Maio (“non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato deve lasciare”), sempre validi e tuttora in vigore per gli avversari, al momento Nogarin, il direttorio, Beppe Grillo e la Casaleggio Associati hanno deciso di fare un’eccezione: niente dimissioni, bisogna valutare gli atti.

 


Il sindaco di Livorno Filippo Nogarin (foto LaPresse)


 

In realtà le difficoltà di Nogarin e della giunta sono più politiche che giudiziarie, perché da un po’ di tempo la maggioranza grillina può contare su 17 voti (anche qui conviene non essere scaramantici), solo uno in più delle minoranze. I grillini hanno perso quattro consiglieri, espulsi per non aver approvato le decisioni sulla municipalizzata per cui Nogarin è indagato, e ora la maggioranza si regge sul voto di un consigliere che da diversi mesi fa avanti e indietro dalla Spagna, dove vive la famiglia e dove anche lui pensa di trasferirsi. Ha già messo la casa in vendita, il problema è che se dovesse dimettersi gli subentrerebbe la moglie di uno dei grillini epurati e addio maggioranza. La vicenda degli avvisi di garanzia, dopo le continue espulsioni, non è altro che l’ultimo scossone che rischia di far cadere un’amministrazione traballante.

 

E non sarebbe neppure la prima giunta pentastellata ad avere difficoltà a rispettare il regolamento e i protocolli controllati da remoto dalla Casaleggio Associati.  Le amministrazioni grilline elette sono state in tutto 17 e il numero non ha portato fortuna. La prima a saltare è stata quella di Comacchio, con il sindaco Marco Fabbri cacciato per essersi candidato alla provincia. Poi è stata la volta del comune di Gela, con l’espulsione del sindaco Domenico Messinese per “non aver provveduto al taglio del proprio stipendio” e per aver “avallato il protocollo di intesa” con l’Eni. La terza amministrazione a cadere, o meglio, a perdere il bollino del M5s, è stata quella di Quarto. Dopo che un consigliere grillino viene indagato per voto di scambio e tentata estorsione nei confronti del sindaco Rosa Capuozzo, il blog pretende le dimissioni della Capuozzo – che non era indagata ma parte lesa – per non aver denunciato le presunte minacce del collega. Da lì uno psicodramma nazionale: prima la Capuozzo non si dimette, quindi arriva l’espulsione per non aver rispettato l’ordine, poi si dimette dopo l’epurazione e infine ritira le dimissioni. Non va tanto meglio per le gli altri comuni grillini: a Porto Torres una consigliera è stata espulsa perché fidanzata con un giornalista nemico, a Ragusa tre consiglieri sono usciti dalla maggioranza e la giunta è in fase di “rimpasto” per vicende di clientelismo, a Bagheria il sindaco e un assessore (dimessosi) sono stati beccati dalle Iene per case abusive, ad Assemini tre consiglieri hanno presentato un esposto in procura contro il proprio sindaco, a Venaria la giunta si è alzata lo stipendio.

 


Il sindaco di Quarto Rosa Capuozzo (foto LaPresse)


 

E qui si ritorna a Parma e Pizzarotti, una volta uomo simbolo e ora voce critica del grillismo, che ha rischiato l’espulsione già molto tempo prima di ricevere l’avviso di garanzia di oggi. La scomunica era giunta da Gianroberto Casaleggio in persona: “Gli impegni sono di una condotta lineare all’interno del movimento. Se io prendo l’impegno di chiudere un inceneritore o lo chiudo o vado a casa”. Pizzarotti, colpevole di non aver mantenuto le promesse elettorali, si è difeso con le stesse parole usate adesso da Nogarin, dicendo che “governando ci si sporca le mani”. Una constatazione che è un paradosso per un partito che ha un groviglio di regolame fatto apposta per legare le mani e tenerle pulite, perché vuol dire che o ci si “sporca le mani” violando le proprie regole oppure si resta con le mani legate e pulite ma incapaci a governare. E’ la contraddizione a cui vanno incontro i partiti populisti, nati per stare all’opposizione, quando tocca amministrare.

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