Rosa Capuozzo durante la conferenza stampa in cui ha annunciato le sue dimissioni (foto LaPresse)

Cosa ci dicono le dimissioni di Capuozzo del terrore romano di Beppe Grillo

Marianna Rizzini
Tra il “non mi dimetto” e il “mi dimetto” della sindaca di Quarto Rosa Capuozzo, protagonista dell’ultima saga a Cinque Stelle non c’è l’apostrofo rosa tra le parole “t’amo” come in Cyrano de Bergerac, ma ci sono giorni d’inferno per la sindaca, per il Direttorio e per il Sacro Blog.

Roma. Tra il “non mi dimetto” e il “mi dimetto” della sindaca di Quarto Rosa Capuozzo, protagonista dell’ultima saga a Cinque Stelle, con sfondo di interventi savianeschi (Roberto Saviano) e ombre di camorra aleggianti sul paese campano, non c’è l’apostrofo rosa tra le parole “t’amo” come in Cyrano de Bergerac, ma ci sono giorni d’inferno per la sindaca, per il Direttorio (quello che doveva sapere ma non sapeva e per carità che nessuno dica che sapevano a loro insaputa) e per il Sacro Blog del leader ed ex comico Beppe Grillo, che giovedì, inspiegabilmente, recava in bella vista un post su tutt’altro (i “Buddha viventi”, s’immagina attivi sul web). E giovedì, quando si è appreso che Rosa Capuozzo, che una settimana fa strenuamente resisteva, a questo punto della gogna mediatica o del “chi me lo fa fare?” lasciava invece lo scranno di primo cittadino a Quarto, con parole adatte al melodramma in corso (“la mia non è una resa, ma un gesto d’amore e di responsabilità per la città”), si capiva prima di tutto una cosa che con Quarto non c’entrava nulla: ti credo che il Movimento Cinque Stelle non ha nessuna voglia di provare a vincere a Roma (dove dai duecentotrentatrè aspiranti sindaco si deve ancora estrarre il nome del candidato in corsa).

 

Perché se a Quarto è andata così, con paginate di intercettazioni che i Cinque Stelle hanno dovuto salutare come mano santa nonostante portassero guai e (maddai?) venissero “estrapolate dal contesto” come nella migliore tradizione delle inchieste riguardanti gli altri partiti, figuriamoci che cosa potrebbe capitare se il dubbio di un’omissione (Capuozzo dice di essere stata messa sulla graticola per “non aver denunciato minacce che non ha ricevuto”) cominciasse a pendere su un ipotetico sindaco grillino: al grido di “dimissioni, dimissioni!” che si alzerebbe dal web, costui o costei, pur se determinato a non mollare, verrebbe invitato più o meno gentilmente dal blog ad allontanarsi, lasciando spazio al Nulla (tanto un comune si può sempre commissariare, è il concetto).

 

[**Video_box_2**]E anche se il sindaco Capuozzo, espulsa dal M5s, alla fine motiva la scelta di dimettersi con ragioni pratiche (“non ho i numeri” e “non siamo forza da larghe intese”), è il resto di quello che dice a fornire materia per riflessioni-rompicapo ai cultori della democrazia del clic, dell’uno-vale-uno e del “un cittadino vale l’altro”: “Questa è una sconfitta politica ma anche una vittoria della Camorra”, ha detto Capuozzo, che ha accusato il Direttorio di averla abbandonata (“sapevano tutto da sette mesi”, ha detto). E però lei era il sindaco, audito anche da Rosy Bindi presso l’Antimafia, un sindaco che poteva, senza aspettare gli ordini di Direttorio, Blog o altri deus ex machina, decidere che cosa fare. E se un sindaco non si sente titolato a fare il sindaco perché, in nome dell’uno-vale-uno, deve consultare sempre quelli che valgono più degli altri, non si capisce bene che cosa venga eletto a fare. Fatto sta che giovedì, a casa Cinque Stelle, il mondo sembrava capovolto: siamo noi quelli sotto tiro?, noi quelli accusati di sapere a nostra insaputa? Ci si metteva anche la dichiarazione del deputato di M5s Danilo Toninelli: “Se si sapesse che Fico e Di Maio sapevano delle minacce, andrebbero espulsi. Il movimento è fatto di idee, non ci sono persone…”. E chissà però come si fa a governare se le persone devono dimettersi appena la realtà chiede all’idea di uscire dallo schermo del computer targato Casaleggio Associati.

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.