Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi (foto LaPresse)

Talebani della Carta che tradiscono la Carta

Claudio Cerasa
La “resistenza costituzionale” è un’espressione importante, che costituisce il vero collante politico e culturale intorno al quale si sta formando un fronte di liberazione nazionale che vede nella sconfitta di Renzi al referendum di ottobre un passaggio chiave per liberarsi del presidente del Consiglio.

La “resistenza costituzionale” è un’espressione importante, verrebbe da dire decisiva, che costituisce il vero collante politico e culturale intorno al quale si sta formando un fronte di liberazione nazionale che vede nella sconfitta di Renzi al referendum di ottobre un passaggio chiave per liberarsi del presidente del Consiglio ed evitare che l’Italia abbia un nuovo assetto istituzionale capace di garantire, come si dice, una nuova forma di governabilità. La resistenza costituzionale, intesa come battaglia di civiltà indirizzata a difendere “i valori della Costituzione”, è lo strumento attraverso il quale la magistratura politicizzata ha scelto di combattere la sua battaglia contro la riforma Renzi, e dunque contro il governo, ma nel portare avanti questa campagna, ovviamente sempre in difesa dei “valori della Costituzione”, gli iscritti al Partito della resistenza costituzionale spesso non si accorgono (o forse sì) di tradire due articoli chiave della Costituzione. Il primo articolo è il numero 104 (la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere) e prevede quanto segue (la sintesi si trova sul sito del Csm): “Terzietà e imparzialità sono assunte come le caratteristiche che consentono di distinguere i giudici dagli altri organismi che esercitano funzioni statali diverse”.

 

E’ compatibile questa definizione con il magistrato che rivendica il diritto, “come tutti i cittadini”, di esprimere il suo giudizio su una riforma costituzionale da cui dipende il destino di un governo? Il secondo articolo della Costituzione tradito dalla quasi totalità degli iscritti al Partito della resistenza costituzionale è il numero 27, comma 2, che prevede che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Il caso vuole che tranne rarissime eccezioni i grandi difensori dei “valori della Costituzione”, i Travaglio, i Rodotà, gli Zagrebelsky, i Di Maio, i Di Battista, gli Ingroia, sono gli stessi che, considerando il garantismo come un gargarismo, usano la presunzione di colpevolezza come un’arma tarata appositamente per colpire il partito che vorrebbe distruggere la Costituzione (ieri il Pdl, oggi il Pd). Lungi da noi dal voler fare i moralisti, per carità. Ma il Partito della resistenza costituzionale, sotto molti punti di vista, oggi è lo stesso che, sputacchiando ogni giorno sulla Costituzione, nasconde le proprie battaglie politiche (fermare Renzi) dietro una finta difesa dei principi costituzionali. Diffidare. E forza referendum.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.