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Talebani della Carta che tradiscono la Carta

La “resistenza costituzionale” è un’espressione importante, che costituisce il vero collante politico e culturale intorno al quale si sta formando un fronte di liberazione nazionale che vede nella sconfitta di Renzi al referendum di ottobre un passaggio chiave per liberarsi del presidente del Consiglio.

10 Maggio 2016 alle 18:32

Talebani della Carta che tradiscono la Carta

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi (foto LaPresse)

La “resistenza costituzionale” è un’espressione importante, verrebbe da dire decisiva, che costituisce il vero collante politico e culturale intorno al quale si sta formando un fronte di liberazione nazionale che vede nella sconfitta di Renzi al referendum di ottobre un passaggio chiave per liberarsi del presidente del Consiglio ed evitare che l’Italia abbia un nuovo assetto istituzionale capace di garantire, come si dice, una nuova forma di governabilità. La resistenza costituzionale, intesa come battaglia di civiltà indirizzata a difendere “i valori della Costituzione”, è lo strumento attraverso il quale la magistratura politicizzata ha scelto di combattere la sua battaglia contro la riforma Renzi, e dunque contro il governo, ma nel portare avanti questa campagna, ovviamente sempre in difesa dei “valori della Costituzione”, gli iscritti al Partito della resistenza costituzionale spesso non si accorgono (o forse sì) di tradire due articoli chiave della Costituzione. Il primo articolo è il numero 104 (la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere) e prevede quanto segue (la sintesi si trova sul sito del Csm): “Terzietà e imparzialità sono assunte come le caratteristiche che consentono di distinguere i giudici dagli altri organismi che esercitano funzioni statali diverse”.

 

E’ compatibile questa definizione con il magistrato che rivendica il diritto, “come tutti i cittadini”, di esprimere il suo giudizio su una riforma costituzionale da cui dipende il destino di un governo? Il secondo articolo della Costituzione tradito dalla quasi totalità degli iscritti al Partito della resistenza costituzionale è il numero 27, comma 2, che prevede che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. Il caso vuole che tranne rarissime eccezioni i grandi difensori dei “valori della Costituzione”, i Travaglio, i Rodotà, gli Zagrebelsky, i Di Maio, i Di Battista, gli Ingroia, sono gli stessi che, considerando il garantismo come un gargarismo, usano la presunzione di colpevolezza come un’arma tarata appositamente per colpire il partito che vorrebbe distruggere la Costituzione (ieri il Pdl, oggi il Pd). Lungi da noi dal voler fare i moralisti, per carità. Ma il Partito della resistenza costituzionale, sotto molti punti di vista, oggi è lo stesso che, sputacchiando ogni giorno sulla Costituzione, nasconde le proprie battaglie politiche (fermare Renzi) dietro una finta difesa dei principi costituzionali. Diffidare. E forza referendum.

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