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Non facciamoli ripartire

La corte dell’Aja ha deciso di far ritornare in Italia dall’India il marò Salvatore Girone. Un successo rilevante di governo e diplomazia in attesa dell’esito dell’arbitrato. Una lezione da tenere presente anche per gli altri casi di giustizia negata a livello internazionale. E senza ripetere gli errori che fece Monti.

2 Maggio 2016 alle 15:47

Non facciamoli ripartire

I due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre

La decisione della corte dell’Aja, che ha accolto la richiesta italiana di far attendere in patria a Salvatore Girone l’esito dell’arbitrato, rappresenta un successo diplomatico rilevante. Ora si attende la decisione indiana, e Matteo Renzi ha fatto bene a rivolgersi al governo di Nuova Delhi con spirito di amicizia e di stima. Concludere in modo soddisfacente questa intricata vicenda è nell’interesse dei due paesi e c’è da sperare che, superate le polemiche che erano legate alla campagna degli indù contro la presidente di origini italiane del partito del Congresso, ora all’opposizione, questa consapevolezza porti i suoi frutti.

 

 

 

La telefonata di Matteo Renzi con Salvatore Girone #Firenze #palazzovecchio

Una foto pubblicata da Nomfup (@nomfup) in data:

 

Anche in Italia è auspicabile che finiscano le strumentalizzazioni a uso interno. Se era ragionevole un’aspra discussione sulla decisione assunta da Mario Monti di rimandare in india i marò, in contrapposizione all’opinione del ministro degli Esteri di allora, Giulio Terzi, che per questo rassegnò le dimissioni, ora che i protagonisti di quello scontro non hanno più responsabilità politiche di primo piano ogni polemica appare fuori luogo. Altrettanto fuori luogo sono le contestazioni che hanno accolto un recente intervento del presidente della Liguria Toti che ricordava la situazione insostenibile dei fucilieri di marina.

 

L’atteggiamento tenuto dal governo, o meglio dai governi italiani dopo quello discusso e discutibile di Monti, è stato di fermezza, di appello alle istituzioni delle giustizia internazionale, accompagnato da una volontà di tenere separata la questione specifica da quella delle relazioni politiche con l’India. E’ un atteggiamento difficile, che si presta ad attacchi e che non garantisce un esito positivo, ma che tiene conto dei rapporti di forza e di influenza reali. E’ facile pestare i pugni sul tavolo in qualche talk-show nostrano o usare frasi roboanti nei comizi di piazza, ma non ha alcun effetto pratico. Il lavoro che è stato svolto, senza pubblicità, per ottenere l’appoggio degli alleati che possono influenzare le decisioni indiane, la presentazione in stile sobrio e argomentato delle richieste alla corte dell’Aja, dopo aver ottenuto l’accettazione dell’arbitrato da parte dell’India, sono state le chiavi del successo.

 

Naturalmente la questione non è conclusa e non possono essere esclusi colpi di coda. Tuttavia oggi vale la pena di esprimere piena soddisfazione per il passo in avanti che è stato compiuto. Manca ancora la sentenza internazionale su chi spetti la giurisdizione, e poi la sentenza di merito sulla responsabilità dell’uccisione dei pescatori indiani (sulla quale l’india dopo quattro anni non ha ancora emesso un atto di incriminazione). Resta il fatto che una media potenza è riuscita a farsi ascoltare e a far valere le sue buone ragioni senza intaccare i rapporti tra stati. Una lezione che va tenuta presente anche per altri casi di giustizia negata a livello internazionale, da Cesare Battisti a Giulio Regeni.

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