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Per Grillo i giornali sono “assassini”

Era a Piazza Armerina, tre anni fa. “Fuori! Vai via. Chi sei? Per chi lavori?”. Era un cameramen del Tg3. Venne spintonato tra i lazzi, inciampò anche sui gradini del palco da cui Beppe Grillo stava sbraitando. “Questa gente deve essere isolata”.

28 Aprile 2016 alle 06:18

Per Grillo i giornali sono “assassini”

Beppe Grillo a teatro (foto LaPresse)

Era a Piazza Armerina, tre anni fa. “Fuori! Vai via. Chi sei? Per chi lavori?”. Era un cameramen del Tg3. Venne spintonato tra i lazzi, inciampò anche sui gradini del palco da cui Beppe Grillo stava sbraitando. “Questa gente deve essere isolata”. A un cronista di Quinta colonna aveva gridato: “Non sei un giornalista, sei un precario, sei un pivello”, che non è neanche un insulto, ma è acidità che puzza di stupido. E quando Vasco Pirri Ardizzone, dell’agenzia Italpress, s’azzardò a fare una domanda a Vito Crimi, poiché di domande vive la stampa e anche la democrazia, allora Grillo disse: “Povero ragazzo frustrato! E’ uno che deve dire di aver sentito una cosa che non ha sentito per sopravvivere! Perché questi prendono 10 euro a pezzo e tra una cosa falsa e una smentita portano la paga a casa”. Poi venne la gognetta sul blog, l’esposizione del giornalista al pubblico e anonimo insulto.

 

E insomma per Grillo, che con il suo coro di soldatini ammaestrati ogni anno stravolge persino il senso della classifica mondiale sulla libertà di stampa per sbatterla in testa come un manganello a chi fa bene o male questa professione, per lui e per i replicanti che lo imitano nella violenza, i giornalisti – prendiamo a caso dagli archivi – sono “lingue umide”, “servi”, “merde” e “frustrati”. Ecco, da martedì anche assassini. “I giornali che hanno commemorato Casaleggio erano gli stessi querelati da Gianroberto”, ha detto Grillo dal palco di uno di questi suoi spettacoli, a Catania. “E’ morto anche per quegli articoli, io mi liberavo da quelle accuse e quelle parole con un vaffa… ma lui teneva tutto dentro”. C’è una tale assenza di misura in queste parole da spingerci non all’indignazione ma alla commiserazione.

 

E ci si chiede da quale nero pozzo di smarrimento psichiatrico, da quale guasta ossessione  possa emergere l’idea che le notizie, le fotografie, le riprese tivù, le inchieste, le interviste, le domande (anche quelle stupide), e la libera critica, persino quella più faziosa e schierata, possano essere omicidio. Non sarà mica che le critiche vanno bene solo se coincidono con le veline che arrivano dalle procure? L’insulto insensato e l’ingiuria sguaiata nascondono sempre debolezza, malessere, inadeguatezza, tragedia. Ed è forse questa l’unica verità di Grillo.

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