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Tutte le strade che portano al Cav.

Peccato che a fine mese si debbano necessariamente consegnare le liste elettorali agli uffici competenti, e che dunque debba finire, perché di quella vasta, stupefacente, fiabesca telenovela di questa Dynasty romana scritta, diretta e interpretata dal centrodestra, giovedì è forse andata in onda una delle migliori puntate.

21 Aprile 2016 alle 19:55

Tutte le strade che portano al Cav.

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Roma. Suscita anzitutto immagini da straziare il più arido dei cuori. Peccato che a fine mese si debbano necessariamente consegnare le liste elettorali agli uffici competenti, e che dunque debba finire, perché di quella vasta, stupefacente, fiabesca telenovela da alcuni chiamata “Meloneide”, da altri battezzata “Bertolaseide” – a seconda delle simpatie o delle antipatie di ciascuno – di questa inesauribile tele-idra dalle mille teste (ne tagli una e ne vengono fuori altre due), di questa Dynasty romana scritta, diretta e interpretata dal centrodestra, giovedì è forse andata in onda una delle migliori puntate. Per chi ancora non lo sapesse, è la storia di come Giorgia Meloni, dopo avere rifiutato una candidatura a sindaco che due mesi fa le veniva offerta gratis su un vassoio d’argento, ha dato vita al più intricato, contraddittorio, snervante e para suicidale gioco zen della storia politica d’Italia per riottenerla. Ed è anche la storia di come Silvio Berlusconi, sadico castellano di Arcore, per tigna, tattica e orgoglio personale sia riuscito a trasformare un ex capo della Protezione civile che pure ebbe la sua fierissima grandeur, cioè Guido Bertolaso, in una specie di pacco sgradito, sballottato, precario, sempre sottoposto alla minaccia dell’abbandono sul ciglio d’una di quelle strade di Roma che intanto cominciano a riempirsi di cartelli elettorali con la sua faccia. 

 

E insomma giovedì, secondo alcuni dei suoi caporali, il Cavaliere avrebbe dovuto accordare il suo sostegno alla Meloni, ma l’Imprevedibile (in maiuscolo) ha invece rilanciato su Bertolaso (ma pure su tutti gli altri candidati d’area: Marchini e Storace). Mentre lei, Giorgia, è acrobaticamente passata dagli ultimatum (“o mi sostieni oggi o abbiamo chiuso”), ai più concilianti penultimatum: “Pensaci”.

 

E alle undici del mattino, dandosi l’un l’altro di gomito, e facendosi così coraggio, i colonnelli di Forza Italia hanno preso posto in quella specie di parlamentino che il Cavaliere ha allestito a casa sua, in Via del Plebiscito. Dunque Renato Brunetta, Paolo Romani, Giovanni Toti, Maurizio Gasparri… tutti (o quasi) convinti di potergliele cantare, di poterlo finalmente convincere a sostenere la Meloni, dopo le ultime terribili settimane passate, come pupi siciliani, a scambiarsi botte da orbi con Mariarosaria Rossi e con tutto il resto del cosiddetto cerchio magico di Arcore, che invece sostiene Bertolaso. Il cattivo umore in generale, i nervi, un certo senso di diffusa insofferenza regnano d’altra parte sovrani. Ma già all’inizio della discussione, Berlusconi assume di fronte a tutti loro un viso immobile, una maschera impenetrabile, lontana, che non promette nulla di buono. E infatti i colonnelli cominciano subito a scambiarsi sguardi acuti, incerti, qualcuno avverte i primi sintomi di quel fenomeno, ben noto a Manzoni sin dai tempi di don Abbondio, che si chiama tremarella. E infatti con voce piana, all’inizio come sovrappensiero e poi sempre più in crescendo, Berlusconi gliene dice quattro: “Sono stanco dei giochi che state facendo”. Boom. “Non sono io quello costretto a seguire l’uno o l’altro dei candidati a Roma. Sono loro che hanno bisogno di me per vincere”. Doppio Boom. “Se voglio vinco anche da solo con Marchini”. Triplo Boom, e svenimenti in sala. Solo Toti e Romani provano a replicare qualcosa, ma il Cavaliere ascolta distrattamente, gli occhi puntati sul pavimento, ogni tanto batte il piede, e tutto si spegne in un’atmosfera di segreta e padronale coercizione. D’altra parte Berlusconi ha fatto due calcoli con la sua sondagista, Alessandra Ghisleri, e si è accorto di una specie di miracolo inatteso, un fatto che sfida la logica e viola le regole della fisica politica: gli elettori invece di punire il centrodestra confuso e a pezzi, hanno fatto registrare negli ultimi sondaggi una flessione del Pd, che passa dal 28-30 per cento al 20-22 per cento. E allora il Cavaliere ha repentinamente capito d’aver acquistato, senza meriti e senza sforzi, una tremenda capacità contrattuale nei confronti di ciascuno dei candidati di centrodestra al comune: “Con i miei voti, ormai è chiaro, sono in grado di mandare al ballottaggio sia Meloni sia Marchini”. Comincia dunque, adesso, un’altra puntata della “Meloneide” – purtroppo l’ultima, perché entro i primi di maggio vanno consegnate le liste. Questa fase conclusiva della soap opera potrebbe intitolarsi “tu cosa mi dai in cambio?”, o in alternativa: “Se vuoi che ti sostengo me lo devi chiedere in ginocchio”. Il Cavaliere coltiva infatti due generi di aspettative: vuole una lista unica, e vuole che gli sia riconosciuta la leadership del centrodestra. E Meloni tutto questo l’ha già capito, almeno pare. E’ infatti passata da una vivacissima e spavalda attività verbale, a un maggiore autocontrollo, come di chi improvvisamente, guardandosi allo specchio, prende atto delle proprie misure. E Bertolaso? Giovedì, in conferenza stampa, alla Camera, camminava assieme a Gianfranco Rotondi con espressione concentrata, quasi funerea, tra due file di telecamere e di giornalisti. Ed era come se già seguisse il feretro della sua legittima, sacrosanta ambizione comunale. “Se il Cavaliere sceglie Meloni? Finalmente tornerei in Africa…”. Ecco.

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