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Il referendum e la trivela del premier: Cosa ha sbagliato Renzi sulle trivelle

Bocciato il presidente del Consiglio che si è incartato come un Quaresma (voto 2). Bocciato il presidente della Consulta Paolo Grossi che sulla chiamata referendaria non si è riuscito a trattenere. Promosso Giorgio Napolitano che ha ricordato a tutti noi verità elementari. Il Pagellone della settimana politica di Lanfranco Pace.

16 Aprile 2016 alle 12:48

Il referendum e la trivela del premier: Cosa ha sbagliato Renzi sulle trivelle

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi con Michele Emiliano (foto LaPresse)

LA TRIVELA DEL PREMIER

 

Anche se nella sostanza non è così, domani si vota per dire sì o no alle trivelle. E’ il primo step da qui ad ottobre per il presidente del Consiglio, sarebbe stato il più facile se lui stesso non si fosse incartato calciando trivele come un Quaresma qualsiasi (voto 4 al primo e 2 al calciatore ). Anzitutto avrebbe dovuto evitare a tutti i costi che si arrivasse a referendum per un solo quesito (e il più inutile) visto che già era riuscito a trovare un accordo sugli altri cinque: poi, se davvero i promotori hanno voluto oltre ogni ragionevolezza contarsi per mettere un bastone tra le ruote, meglio sarebbe stato glissare sull’appello a starsene a casa che già in passato non ha dato grandi risultati.

 

Non che non sia legittimo sia chiaro. Votare è un diritto, non un dovere. Negli anni cinquanta molti italiani, soprattutto al sud, erano convinti che del non voto sarebbe rimasta traccia nel certificato penale e la cosa avrebbe pregiudicato la partecipazione a pubblici concorsi o gli avanzamenti di carriera. Ma era per l’appunto l’Italia rurale, appena uscita dal fascismo e poco avvezza alla pratica dei diritti e dei doveri.

 

La partecipazione al voto è alta solo nei regimi autoritari per non dire dispotici. O se si avverte una minaccia e l’ideologia enfatizza il momento elettorale come occasione per un cambiamento radicale di società, come accaduto in Italia fino alla fine degli anni Ottanta e poi nel ventennio berlusconiano. Paesi di lunga e consolidata democrazia invece se ne fregano della partecipazione, se vota un elettore su due non gridano alla disaffezione del cittadino nei confronti delle istituzioni, la fiducia verso la minoranza attiva è segno di maturità.

 

Perciò male, molto male ha fatto il presidente della Consulta Paolo Grossi (voto 4) a dire che il cittadino si realizza pienamente nel voto: nemmeno magistrati di alto rango e grande saggezza riescono a trattenersi. Bene molto bene il presidente emerito Giorgio Napolitano (voto 9) a ricordare con forza a tutti noi verità elementari.

 

Ciò non di meno Renzi ha mancato di senso dell’opportunità: a volte il fiorentino sembra non conoscere più i suoi polli. L’appello al non voto è stata una maramaldata, ha rinfocolato gli animi e prodotto effetti contrari a quelli voluti, molti che non si sognavano nemmeno di andare a votare ora ci andranno, se non altro per tigna.

 

E’ comunque poco probabile che lo farà la metà più uno dei 5.0399.841 (tanto il corpo elettorale alle politiche del 2013). Il referendum morirà dunque di morte sua per mancato raggiungimento del quorum. Ma il tasso di partecipazione sarà comunque una spia. Se ridicolmente basso o bassino, diciamo inferiore al 20 per cento, sia pure con la scusante di una campagna elettorale limitata nel tempo e tenuta a bagnomaria dalle principali televisioni, a cominciare dalla Rai, vorrà dire che una coalizione che va da Grillo a Pannella, da Brunetta a Civati è percepita come irrituale e unicamente pretestuosa. Ma se dovesse avvicinarsi al 30 e magari al 40, sarebbero guai seri: il premier farebbe bene a disdire tutti gli impegni e dal 20 giugno cominciare a battere l’Italia porta a porta per convincerli delle sue buone ragioni istituzionali.

 

 

LE AMMINISTRATIVE NON SARANNO COME LIVERPOOL- BORUSSIA D.

 

Giusto perché sono in ballo un pugno di grandi città e gli avversari (soprattutto interni) hanno tutte le intenzioni di far pagare dazio al premier, sennò quando mai le elezioni locali hanno avuto conseguenze politiche nazionali? Nel 2000 D’Alema si dimise per aver perso malamente le regionali, fu una decisione sua però, presa contro il parere di alleati e collaboratori e con notevole coerenza: indotto in errore dai sondaggi si era esposto e aveva scommesso pubblicamente su una schiacciante vittoria.

 

Renzi no: finora non ha detto nulla e poco farà, è agli abbonati assenti. Ha personalmente promosso Beppe Sala a Milano (voto 7), vidimato però dal Pd e confermato con larga maggioranza dalle primarie del centro sinistra. E chiesto a Bobo Giachetti (voto 8) di sacrificarsi come pugnace porta bandiera a Roma. Dovesse perdere in queste due città sarebbe certamente uno smacco ma nulla di irrecuperabile, di simile a una crisi irreversibile di rigetto.

 

Dovesse poi nelle cinque città più importanti finire con un risultato contrastato, mettiamo tre a due, o due a tre, non assomiglierà affatto alla furente, epica vittoria, l’altra sera, degli inglesi di Liverpool (voto 10 e lode) contro i tedeschi del Borussia Dortmund (voto 10), una delle partite più drammatiche (e belle) degli ultimi anni.

 

 

QUALCOSA DI DUE PUNTO ZERO

 

Ovviamente la rilevanza del voto delle amministrative del 5 e 19 giugno può cambiare a seconda che a Roma vinca o meno la candidata dei Cinque Stelle Virginia Raggi. Siamo ancora in attesa che il Movimento stupisca, dica qualcosa di nuovo, di incredibile, che lanci soluzioni futuristiche per le buche, la raccolta dell’immondizia, la gestione degli spazi, la mobilità urbana. La candidata è carina, forse sorride un po’ troppo, posa a surrogato della Boschi, è anche lei avvocato ma negli oltre due anni che è stata in consiglio municipale non si riscontrano tracce di una sua particolare combattività e perspicacia. Le due parole d’ordine sentite fin qua “onestà e legalità” non bastano, gridate così suonano vacue, anzi prefigurano o la paralisi o scontri muro contro muro con i mille interessi consolidati delle corporazioni cittadine o lobby che dir si voglia. E non basterà nemmeno ripetere come un mantra “reddito di cittadinanza” di cui aspettiamo tra l’altro cifre dati e prove di sostenibilità finanziaria e che Di Battista è riuscito a tirare fuori persino al funerale di Casaleggio. E’ tempo di qualcosa che sia davvero due punto zero. 

 

 

MORTE DI UN COFONDATORE

 

Dal palco di San Giovanni lui stesso fece il nome di Enrico Berlinguer come esempio di politico per bene, da rispettare e imitare. A nessun dirigente del Pci sarebbe mai venuto in mente come è venuto a Grillo di dire “giù il cappello” il giorno della morte del segretario, nessuno avrebbe lasciato che fossero fischiati avversari politici che vengono a rendere omaggio. E’ la differenza di stile e di cultura fra qualcosa che ha avuto una storia scritta e forgiata nel sangue e qualcosa che è appena nata da un coro di vaffanculo, ha identità indefinita, venera un panteon misterioso e porta in sé pericolose venature di assoluto.

 

E’ stata stupefacente l’accondiscendenza verso i supposti nuovi potenti da parte dei grandi giornali e dei salotti televisivi (voto 2), tranne forse Matrix che ha seguito un registro più ragionato e freddo (voto 7). La morte di Casaleggio è stata triste: come ogni morte ci diminuisce tutti ma non per questo è lecito parlare di grande ideologo, visionario lungimirante, rivoluzionario innovatore senza prove. La prova non può essere certo aver portato un movimento dal nulla al 25 per cento dei voti, questo lo hanno saputo fare in Europa anche altri che esiteremmo a definire nello stesso modo e con la stessa enfasi. E non è stato il solo ad avere scoperto la forza e l’importanza della techné applicata alla comunicazione politica, anche se è stato il primo o uno dei primi a impiegarla massicciamente in Italia. E’ sua invece la responsabilità di aver voluto fare della Rete la nuova agorà, di aver fatto credere che il cittadino potesse dibattere, dire la sua liberamente, formare la sua opinione e istantaneamente esprimere la propria volontà sopprimendo di fatto la rappresentanza. E questa è un’insigne stronzata: non ci potrà mai essere politica di nessun tipo senza il contatto diretto, visivo e fisico tra un leader e il popolo, senza corrente tra un eletto e un elettore. Casaleggio sarebbe rimasto l’imprenditore che era se Grillo non fosse andato in giro a sbraitare a gridare a sudare ad eccitare le folle. Senza dimenticare il velo dell’inganno, nulla è più manipolabile di una macchina, altro che brogli elettorali nelle urne di Casavatore, una rete di computer può essere docile, addomesticata come una slot machine.

 

Almeno questo gli si doveva dire per tenerlo vivo nella memoria. Senza bisogno di genuflettersi ai signori del 25 per cento.

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