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Siamo in guerra, ma il mondo sembra in mano a piccoli leader

Una conferenza di pace per il medio oriente necessita di una cornice economica adeguata. Bisogna coinvolgere la Cina. Washington, Bruxelles e Mosca devono cooperare.

9 Aprile 2016 alle 06:00

Siamo in guerra, ma il mondo sembra in mano a piccoli leader

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente americano Barack Obama durante il summit APEC a Pechino nel 2014 (foto LaPresse)

Al direttore - La strage all’aeroporto di Bruxelles e nella sua metropolitana è l’ultimo drammatico anello che si aggiunge alla catena di un terrorismo sanguinario e senza speranza che sembra possa colpire sempre e dovunque. Molti si affannano a suggerire rimedi nel breve tempo che pure sono necessari, viste le falle presenti tra le forze dell’ordine e dei servizi segreti di tanti paesi, ma a questo devono pensarci gli esperti dei vari paesi superando ridicole esclusività nelle informazioni e mettendo a patrimonio comune energie, professionalità e reti di informatori.

 

Tutto questo, però, anche se fosse messo in pratica, avrebbe l’effetto (importantissimo) di contenere le stragi in particolare nei paesi dell’occidente ma non metterebbe fine a quella che giustamente Papa Francesco ha chiamato la Terza guerra mondiale a pezzi. Dietro il terrorismo ci sono gli errori di molti paesi e le finanze di altri che ormai fanno la guerra “per procura in territori diversi dai propri” al fine d’ottenere tutele, espansioni territoriali e quant’altro fosse necessario all’aumento della propria influenza nella regione. Tre sono i focolai generatori dei fenomeni terroristici, spesso ammantati o di religiosità fanatica i cui praticanti sono pagati mensilmente con lauti stipendi, o di fenomeni irredentistici: l’Ucraina, la Siria e l’Iraq e l’Africa settentrionale. Se la guerra c’è, e c’è anche se in forme diverse dal modello tradizionale, deve essere la politica a trovare il bandolo di una soluzione che non potrà mai essere trovata nell’uso della forza militare.

 

Ma andiamo con ordine partendo dal focolaio più eruttivo di violenza e di fanatismo, quello del medio riente e in particolare della Siria. I protagonisti delle tensioni in quella regione sono l’Iran, la Turchia e l’Arabia Saudita. La prima è schierata a tutela degli sciiti con Assad al fianco, le ultime due a tutela dei sunniti contro Assad. Le potenze del mondo in grado di influenzare questi protagonisti regionali sono innanzitutto la Russia e gli Stati Uniti, insieme alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna. I rapporti tra Turchia, Arabia Saudita e Stati Uniti sono antichi, sia sul piano militare (vedi Nato), sia su quello finanziario. Alla stessa maniera, sono solidi i rapporti tra la Turchia e la Germania, che ormai ha nel proprio paese una grande popolazione turca ampiamente integrata. La Gran Bretagna ha stretti legami di stampo identitari con Washington, mentre i francesi hanno in Europa un asse strettissimo con la Germania per tenere insieme un’Unione che fa acqua da tutte le parti e di cui la pacificazione del quadro internazionale ha assoluto bisogno. Se questo è il quadro sommario dei protagonisti diretti e indiretti di un medio oriente in ebollizione, a essi va chiesto con forza di ritrovare il bandolo della matassa, a oggi talmente ingarbugliata che può sfuggire di mano a tutti.

 

 

I paletti per la grande pacificazione

 

Per provare a cercarlo attraverso la preparazione rapida e accorta di una conferenza di pace sul medio oriente in cui vi siano tutti i protagonisti ricordati c’è bisogno di due precondizioni. La prima è quella che Stati Uniti e Russia ritrovino un equilibrio smarrito negli ultimi anni, ma che pure ha segnato un punto a favore nell'accordo con l’Iran e la progressiva eliminazione del suo embargo. Tale equilibrio sul piano territoriale passa anche nel non mettere alle frontiere russe capisaldi Nato che finirebbero per alimentare provocazioni, mentre la difesa del territorio ucraino deve essere affidata ai rapporti Russia-Europa, i cui interessi economici ed energetici sono tali da suggerire un equilibrio stabile. Washington e Mosca devono prendere coscienza che il vecchio modello di un mondo diviso in due è definitivamente superato, mentre il multipolarismo ha bisogno che le due grandi potenze sappiano formare punti di ancoraggio e di tenuta per i tanti paesi che vanno facilmente in fibrillazione, per disuguaglianze crescenti sul piano economico e dei diritti umani ma anche per la riesumazione di antiche vocazioni o di vecchi fanatismi.

 


Una riunione dell'Onu sulla sicurezza


 

Gli Stati Uniti e l’Europa, ad esempio, devono spiegare a Erdogan, piegandolo alla saggezza, che nessuna vocazione neo ottomana potrà essere tollerata. Alla stesso modo, Washington e Bruxelles dovranno dire alla monarchia saudita che la sua ricchezza può essere messa a rischio se i regni del Golfo dovessero continuare a far defluire denaro nelle enclave del fanatismo islamico e terrorista, perché prima di colpire il Califfato saranno colpiti i loro interessi economici. Alla stessa maniera, bisogna che la Russia capisca che la politica dei colpi di mano non aiuta il processo di pacificazione. Le grandi potenze – se davvero sono tali – non possono che adeguarsi a queste precondizioni. Non sfugge inoltre a nessuno che una conferenza di pace sul medio oriente chiamata a ridisegnare anche ambiti territoriali in maniera un po’ più saggia rispetto al passato ha bisogno di un profondo lavoro diplomatico. Ed è altrettanto chiaro che una pacificazione mediorientale porterà con sé effetti benefici sul versante nordafricano.

 

Un percorso di questo genere ha bisogno anche di una cornice economica mondiale che aiuti questo sforzo e che dovrà vedere impegnati altri protagonisti, primo fra tutti la Cina. Una cornice economica che ha anch’essa due precondizioni: un nuovo ordine monetario, cioè una nuova Bretton Woods, e una diversa disciplina dei mercati finanziari con l’obiettivo di favorire l’uso produttivo del capitale piuttosto che il suo uso finanziario in un mondo indebitato e pieno di intollerabili disuguaglianze. Su questo versante, le maggiori resistenze vengono proprio dagli Stati Uniti ed è su questo terreno che l’Italia potrebbe svolgere un proprio ruolo con un’offensiva di persuasione per collocare l’Europa su un crinale capace d’unire l’oriente e l’occidente americano. Come si vede, le variabili per un’offensiva politica di pace nel medio oriente e in Africa settentrionale sono molte e delicate, ma tutti devono convincersi che non c’è alternativa per un mondo che dovrà finalmente capire se è guidato da piccoli leader o da statisti come quelli che sconfissero nel secolo scorso prima l’autoritarismo imperiale e poi il nazifascismo e il comunismo.

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