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Cosa c'entra Forza Italia con Magistratura democratica?

Si può capire la tattica politica ma "la vostra posizione sul referendum e sulla riforma costituzionale sembra essere, glielo dico con simpatia, uno sketch di uno spettacolo di Grillo". Claudio Cerasa risponde a Renato Brunetta.

27 Gennaio 2016 alle 09:54

Cosa c'entra Forza Italia con Magistratura democratica?

Il centrodestra presenta il Comitato per il No al referendum costituzionale

Al direttore - La prima Armata Brancaleone nella storia della nostra democrazia repubblicana si palesò solenne e vittoriosa il 22 dicembre del 1947, alla votazione finale della Costituzione. Dopo il presidente dell’Assemblea Costituente, il comunista Umberto Terracini, intervenne Meuccio Ruini, laico-laburista, che aveva guidato la redazione finale dei 139 articoli. L’ultimo a intervenire, dopo lo scrutinio, fu il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, democristiano. Tutti entusiasti del risultato, avversari fieri in credo religioso e politico, ma uniti sui valori fondanti e sulle regole del gioco. Ora anime belle, discendenti spirituali di quelle tradizioni, svagati della loro storia, per colpire i vari Comitati del ‘no’, hanno come unico argomento di modestia terrificante il fatto che provengono da storie diverse. Un argomento puerile, ma anche disonesto. Non credo che il fatto che la fede professata nel Dio di Abramo da parte del Califfo Al Baghdadi possa indurre il Papa a diventare ateo, così come l’ateismo scientifico e conclamato di Lenin e Stalin non ha la forza di farmi credere in Dio. Non è così importante, per chi decide sulla base della propria coscienza, che altri siano giunti alle medesime conclusioni per vie opposte alle mie. Con imbarazzante meschinità, invece di discutere sulle ragioni di merito – diverse ma convergenti – per cui Fassina, Vendola, Gasparri e Carfagna dicono di ‘no’ alla riforma renziana, questi campioni del politicamente corretto hanno introdotto un criterio di bon ton, un fatto di snobismo cromatico. Sono due i campioni di questo tipo di squalifica politica dell’avversario per una questione di razzismo estetico. Il primo è Luigi Zanda Loy, capogruppo del Pd al Senato, che sul Foglio di ieri è stato irridente, usando parole che non hanno a che fare con un onesto e anche duro confronto politico, ma con il pregiudizio etnico: schifiltosamente non sopporta che si mescolino nella comune battaglia ideale “famiglie spirituali” (Maritain) di diversa cultura. Fa specie poi la simulata ignoranza di Ferdinando Adornato, che finge di non sapere che la Costituzione su cui si regge ancora la Repubblica fu l’esito di un concorso di idee e di valori espressi da forze diversissime, una delle quali, quella togliattian-stalinista, assai più eversiva della sinistra vendoliana. Eppure, quella che Adornato per coerenza dovrebbe chiamare Armata Brancaleone ante litteram, riuscì a trovare una sintesi di straordinaria efficacia. Per gli stessi motivi ideali che resero largo e coeso il fronte repubblicano e costituzionale del 1947, unendo liberali come Einaudi e comunisti come Pajetta, cattolici alla Dossetti e anticlericali alla Nenni, così oggi si ritrovano presidenti emeriti della Corte Costituzionale di alto e opposto rango come Marini, Quaranta e Zagrebelsky, e politici divisi sulle unioni gay ma uniti nella difesa della democrazia come Gasparri e Vendola. L’unità di oggi è speculare a quella di quasi 70 anni fa: allora per il sì alla Costituzione oggi per il ‘no’ alla sua riforma deformante. Allora si cercò la convergenza per dare forza democratica alla Carta fondativa della democrazia, oggi una risicata maggioranza, per di più drogata da un premio incostituzionale, ha imposto la sua visione con piglio autoritario. La maggioranza, di cui oggi Adornato si presta a fare l’aedo, ha voluto infatti imporre la propria logica di dominio e neppure ha cercato un punto di incontro. Ed è per impedire la consacrazione dello scempio da parte della banda Zanda Loy che forze politiche di culture e storie diverse hanno trovato una sintesi di grande qualità ideale per convincere il popolo a dire di no a una pessima riforma della Costituzione, voluta da un governo senza legittimità. Con parole solenni Meuccio Ruini, quel 22 dicembre 1947, spiegò che i risultati del lavoro assembleare “manifestano un anelito che unisce insieme le correnti democratiche degli immortali principi, quelle anteriori e cristiane del sermone della montagna, e le più recenti del manifesto dei comunisti, nell’affermazione di qualcosa di comune e di superiore alle loro particolari aspirazioni e fedi”. Ancora: “Una Costituzione non può più essere l’opera di uno solo, o di pochissimi. Deve risultare dalla volontà di tutti i rappresentanti del popolo; e i rappresentanti del popolo non si conducono con la violenza; l’unico modo, in democrazia, di vincere è di convincere gli altri”. Allora accadde. Oggi no. E saremo noi, da B come Brunetta a Z come Zagrebelsky a convincere il popolo italiano, che votando NO sarà la più grande Armata Brancaleone (che, detto tra noi, risulta più simpatica agli italiani del renzismo militante, vecchio e nuovo, disinteressato e interessato) della nostra storia repubblicana.

 

Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera

 

 

Caro onorevole Brunetta. Le potrei dire che è quantomeno curioso e spericolato che il capogruppo di un partito che si chiama Forza Italia (cribbio!) non veda alcuna contraddizione a unirsi civilmente con i compagni Zagrebelsky e Rodotà e con gli amici di Magistratura democratica. Posso capire la tattica politica ma non le sfuggirà che la vostra posizione sul referendum e sulla riforma costituzionale sembra essere, glielo dico con simpatia, uno sketch di uno spettacolo di Grillo. Provo a rinfrescarle la memoria. Otto agosto 2014, Paolo Romani, capogruppo al Senato di Forza Italia: “Il nostro leader, i nostri elettori e il paese ci impongono di rimanere, di preservare e di mantenere ferma la volontà e la determinazione di costruire una nuova Italia”. E ancora: questa legge permette di “superare il bicameralismo, delineando un assetto parlamentare e un procedimento legislativo più snello, con una netta distinzione di ruoli e funzioni fra le due Camere”, che permetterà alla Camera dei deputati di “essere più rapida ed efficiente nel legiferare in un mondo sempre in evoluzione e sempre più veloce” e che ha finalmente “corretto le storture di un Titolo V pasticciato da un’improvvida riforma voluta dalla sinistra nel 2001, redistribuendo in maniera chiara e distinta, senza più sovrapposizioni e aree grigie, le funzioni attribuite fra stato e regioni?”. Se poi fosse ancora incomprensibile la ragione per cui ci stupiamo che un partito che si chiama Forza Italia (cribbio!) vada a braccetto con Magistratura democratica (cribbio!) le ricorderei un passaggio di un discorso famoso. Credo sia “necessaria una riforma dell’attuale sistema bicamerale che, anche per l’eccessivo numero dei parlamentari, comporta un inutile spreco di lavoro e lungaggini dei procedimenti decisionali quali nessuna moderna democrazia potrebbe e può sopportare… tale riforma dovrà essere nel senso della trasformazione della seconda Camera in un organo rappresentativo delle autonomie locali”. Era il 2 agosto 1995. Il discorso non era di Luca Lotti ma di Silvio Berlusconi. A presto.

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