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No, il centrodestra girotondino no, grazie

Il referendum, i dieci punti di Forza Italia e la difficoltà di dire no. Probabilmente imbarazzati per la costituzione di un comitato per il no alla riforma costituzionale capeggiato dalle stesse persone che avevano organizzato i girotondi contro il governo di Berlusconi, gli strateghi del centrodestra ne hanno messo in piedi un altro.

21 Gennaio 2016 alle 06:13

No, il centrodestra girotondino no, grazie

Il centrodestra presenta il Comitato per il No al referendum costituzionale (foto LaPresse)

Probabilmente imbarazzati per la costituzione di un comitato per il no alla riforma costituzionale capeggiato dalle stesse persone che avevano organizzato i girotondi contro il governo di Berlusconi, gli strateghi del centrodestra ne hanno messo in piedi un altro. Hanno anche esposto le dieci ragioni che dovrebbero indurre i cittadini a non confermare nel referendum le nuove norme costituzionali.

 

Il primo punto sostiene che “non si cambia la Costituzione con un “colpo di mano di finta maggioranza”. Però le maggioranze parlamentari sono state determinate dall’applicazione della legge elettorale vigente, quella del centrodestra, quindi l’argomento appare autolesionista.

 

Il secondo punto, la Costituzione italiana è di tutti, non significa nulla, specialmente quando a confermarla o meno è chiamato l’intero corpo elettorale, cioè, appunto, “tutti”. Lo sanno anche loro, tant’è vero che al terzo punto sostegono che “il referendum non potrà sanare né compensare un vizio di origine”, ma non si capisce il perché. La Costituzione prevede il referendum confermativo senza quorum quando la riforma non sia approvata dai due terzi delle Camere appunto per  spostare al livello della sovranità popolare la legittimazione delle riforme.

 

Al quarto punto si ribadisce lo stesso concetto, “la Costituzione deve unire e non dividere”, proprio l’argomento utilizzato per bocciare la riforma costituzionale del centrodestra e, in astratto, varrebbe a impedire ogni riforma che non sia unanimemente condivisa, cioè per rendere intoccabile una carta evidentemente invecchiata. Solo dal quinto punto in poi si comincia a occuparsi del contenuto della riforma.

 

Al quinto punto si sostiene che “il combinato disposto con la legge elettorale porta a un premierato assoluto”. E’ lo stesso argomento propagandato dai girotondini, che si sono sempre battuti contro ogni piegatura presidenzialista. Il centrodestra, invece, ha sempre sostenuto il contrario, affidando la governabilità a un rafforzamento dell’esecutivo (o in alternativa a una funzione di governo del capo dello stato eletto direttamente, sul modello francese). Una svolta a U su questo tema cruciale risulta difficilmente comprensibile.

 

Al sesto punto si lamenta che “saltano pesi e contrappesi” il che andrebbe dimostrato e forse lo sarà quando si conoscerà un testo più analitico. Resta però la constatazione che il sistema dei contrappesi finora ha agito in modo paralizzante e che quindi una semplificazione sarebbe comunque auspicabile.

 

[**Video_box_2**]Al settimo punto si sostiene che “il nuovo Senato è solo un pasticcio”, argomento che contiene un elemento di verità, ma che non può nascondere il fatto decisivo che con la riforma si supera il bicameralismo ripetitivo, il che rende assai meno rilevante la forma specifica del nuovo Senato.

 

L’ottavo punto, invece, sottolinea un problema reale: “Non funziona il riparto di competenze stato-regioni-enti locali”. La soluzione trovata non è certo perfetta, ma il punto è se sia peggiore o migliore di quella che si è determinata con la riforma del centrosinistra basata sulla equiparazione di tutti i livelli di governo (comprese persino le province) chiamati a una sorta di legislazione concorrente che ha prodotto una caterva di conflitti di competenze. Forse si poteva essere più chiari e incisivi, ma il passo avanti sembra evidente.

 

Infine, negli ultimi due punti, ci si richiama a principi generalissimi, la sussidiarietà, l’efficienza, la responsabilità, che non sarebbero garantiti dalla nuova Costituzione, il che probabilmente è sempre vero, perché questi principi si esprimono o si contraddicono solo nella prassi politica e nessuna carta per quanto fondamentale li può imporre. Con questi argomenti piuttosto posticci e speciosi sembra difficile si possa ottenere un consenso ragionato al di là delle tifoserie di partito, come dovrebbe fare un appello rivolto all’insieme dell’elettorato chiamato a esprimersi in un referendum. 

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