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L’italian way anti jihad

Il terrorismo si combatte con ogni mezzo ma i mezzi militari non bastano. Cosa vuol dire quando si dice che il Califfato si sconfigge con la cultura (e perché c’entra lo scontro di civiltà di Huntington). La scommessa è difendere il nostro stile di vita e sostenere la consapevolezza dei valori ideali alla base della nostra sicurezza.

2 Dicembre 2015 alle 10:08

L’italian way anti jihad

“Dall’Afghanistan alla Somalia, dalla Libia all’Iraq, dal Kosovo al Libano, seimila nostri militari consentono all’Italia di fare la propria parte fino in fondo nel mondo”

Quando privi un occidentale della possibilità di nominare esattamente le cose, gli sottrai il primo elementare strumento di conoscenza della realtà. Per come ce l’hanno raccontata, e per come tendono a credere sia andata anche quelli che non credono, Dio creò il mondo nominandolo. Similmente Adamo conferì riconoscibilità alle cose del creato scovando, per ognuna di esse, un nome.

 

Lo sgomento di un adolescente che scorre i commenti della strage parigina dell’estremismo salafita, è anzitutto mosso dall’incertezza nel dare un nome a questo nostro nuovo nemico. ISIL, ISIS (Daish o Daesh per i più rigorosi) o più sinteticamente IS, sono tutti acronimi diversi per indicare lo stesso nemico. Chi ha più letto sa distinguerli e sa metterli in ordine, mutuando quasi una prima comprensione evolutiva del fenomeno. Chi non è in possesso di più robusti strumenti intellettuali, come un qualsiasi adolescente occidentale, non comprende.

 

Ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze insegniamo, a scuola, a prendere sul serio le parole. La conoscenza del linguaggio, che muove dalle regole grammaticali alla costruzione del discorso, fino (per chi ha voglia di studiarlo) all’analisi filosofica dello stesso, è una pratica essenziale. Tanto perché la nostra civiltà occidentale è fondata sul dialogo: sull’idea, folle e geniale, che l’interlocuzione sia più forte dell’elocuzione singolare. Sul dialogo tra gli uomini abbiamo fondato la democrazia e costruito il nostro diritto, le nostre istituzioni, la libera economia, lo stato sociale. Sappiamo che il dialogo è impegnativo e difficile, anche dopo duemilacinquecento anni di storia. Eppure diamo per scontato la premessa necessaria del dialogo: l’esattezza delle parole.

 

La prima piccola, minuscola vittoria di questi signori che in nome del loro dio seminano morte, è proprio questa. Non sanno come chiamarli e non sanno come spiegarsi la loro interpretazione di parole fondamentali come vita e morte. Non che i nostri adolescenti non siano appassionati. Sono forse, anche grazie alle possibilità inedite che offre loro la rete, la generazione più viva tra quelle viste negli ultimi decenni. Sono vivi e appassionati, ma proprio non fa parte del loro immediato universo simbolico, e dell’immaginario collettivo che ne segue, la possibilità che uno accompagni suo fratello a farsi saltare in aria in un bar. Nel loro e nel nostro immaginario non sarebbe finita così. All’ultimo momento, come in uno di quei bei film che portiamo nel cuore, il fratello avrebbe fermato il fratello.

 

 

Universo simbolico e immaginario collettivo

 

C’è poco da scherzare con l’immaginario collettivo. Più che sul piano militare, l’America ha sconfitto la Russia comunista grazie all’american way: dai romanzi di Faulkner e Saul Bellow al rock e al jazz, fino ai film di Hollywood e al basket. Sul piano militare gli americani hanno preso tante di quelle botte dai comunisti, che parlarne gli dà ancora noia. Più efficaci dei proiettili sono state le mille opportunità della democrazia fondata sulla ricerca della felicità e della libertà d’impresa, raccontate dagli scrittori, dai musicisti, dai registi. Con questo non si vuole sostenere che l’abbattimento dell’odioso comunismo sovietico sarebbe stato possibile soltanto a colpi di Dylan e di hamburger. Ma che Dylan e gli hamburger hanno avuto una parte importante.

 

I jihadisti questo lo hanno capito, profondamente. Certo, più tradizionale di quanto sembri è la loro pretesa di istituire un califfato sovranazionale a tendenza naturalmente espansiva sulla base di una lettura rigorosa del libro sacro. Come ha scritto su Foreign Affairs Jacob Olidort (What is Salafism?), “per fronteggiare la minaccia dell'ISIS, il mondo deve capire che l'ISIS, come gli altri sostenitori del salafismo, sono parte di un nuovo capitolo del libro dell'Islamismo. I combattenti dell’ISIS sono votati a concetti e a testi fondamentali elaborati molto tempo fa e, per la prima volta nella storia di questa religione, hanno dimostrato d’essere capaci di applicarli”. Tuttavia una parte cruciale della loro abilità di applicazione di certi versetti del Corano, che li induce alle note ed efferate azioni criminali, è data dalla loro estrema comprensione dell’era della globalizzazione.

 

Questi guerrieri sanguinosi sanno di essere troppo pochi e militarmente inefficaci per sconfiggerci in uno scontro ordinario. Ma continuano a pensare, con Clausewitz, che scopo della guerra sia “disarmare l’avversario”. Consci così dell’impossibilità di disarmare militarmente chi li avversa, essi puntano, attraverso la guerriglia terroristica, a disarmarci sul piano ideale e culturale. Spiace qui cedere a un eccesso di spregiudicatezza del pensiero, ma le 130 vittime innocenti di Parigi non rappresentano militarmente un fatto rilevante. Sono invece un fatto scioccante e straordinario, se si ammette che l’obiettivo del Califfato è disarmare i milioni di europei del loro sogno (e della loro realtà) di sicurezza e di pace, costruito faticosamente dopo due guerre mondiali e dopo la guerra fredda. Qui sta il senso della loro sfida e il significato dell’estrema pericolosità della loro strategia.

 

 

[**Video_box_2**]L’italian way

 

Chi all’estero ha apprezzato la posizione del governo italiano, dai giornali ai partner internazionali, ha colto che essa muove dall’intuizione del vero campo di battaglia su cui lo Stato Islamico vuole vincere la sua guerra. Perché l’Occidente ha un disperato bisogno di rafforzare e attualizzare l’immaginario collettivo che dà corpo al suo universo simbolico. E’ dal crollo del muro di Berlino che ne ha bisogno. L’Occidente, coi suoi organismi internazionali, non ha mancato negli ultimi venticinque anni a nuovi appuntamenti di guerra. E’ stato, viceversa, manchevole nella capacità di rilanciarsi come magnete culturale, come potenza attrattiva in forza dei diritti e delle opportunità che il suo way of life incarna.

 

Quando il presidente Renzi ha fissato il principio per cui a ogni centesimo del miliardo impegnato per la sicurezza interna corrisponderà ogni centesimo del miliardo per la cultura, ha scelto di stare sul vero campo di battaglia prediletto dal Califfato. Da un lato, il doveroso impegno alla difesa e alla sicurezza interna; dall’altro, il sostegno economico a quella componente centrale del way of life occidentale che è l’italian way: la bellezza, l’arte, la cultura, la libertà. Così facendo Renzi si è messo, più di chi spara in aria per spaventare le cornacchie, sulla linea di fuoco della jihad.

 

La scommessa è garantire sicurezza e difesa del nostro stile di vita, quindi, ma anche sostenere la consapevolezza dei valori ideali e culturali che sono alla base della nostra sicurezza e del nostro stile di vita. Come ha detto il Presidente Napolitano a Pavia, in occasione del conferimento della laurea honoris causa, condividiamo tutti la priorità di “disinnescare la minaccia del terrorismo con ogni mezzo sul piano internazionale”. I soli mezzi militari però, già notoriamente insufficienti in casi di guerra convenzionale, sarebbero ancor più manchevoli in questa circostanza non convenzionale.

 

Non perché l’Italia non metta in gioco la vita dei propri soldati. Dall’Afghanistan alla Somalia, dalla Libia all’Iraq, dal Kosovo al Libano, seimila nostri militari consentono all’Italia di fare la propria parte fino in fondo nel mondo. In Iraq, siamo il paese occidentale più attivo dopo l’America nel fornire armi e addestrare migliaia di peshmerga curdi. Quei peshmerga che, anche grazie alle nostre armi e ai nostri addestramenti, hanno riconquistato la città di Sinjar. Se non sono boots on the ground questi!

 

 

Il salto di qualità

 

A dirla tutta, quando pochi giorni fa Renzi, nel discorso ai Musei Capitolini, ha invocato “un salto di qualità nella battaglia culturale”, ha offerto una interpretazione più corretta e progressiva delle tesi di Huntington di vent’anni fa. Come previde Huntington nel suo Scontro di civiltà, dopo la fine della guerra fredda la storia non è affatto finita col trionfo della liberal democrazia vaticinato da Fukuyama. In quel libro di cui i più (da giornalisti ai politici) citano il titolo senza averlo mai letto, Huntington aveva compreso che né la rivalità economica né lo scontro ideologico avrebbe prodotto i futuri conflitti, quanto le diversità culturali e civili. Diversità che, sottratte al gioco dello stringente dualismo ideologico ed economico della guerra fredda, avrebbero trovato spazi per affermare se stesse.

 

Così si spiega non solo il Califfato, ma anche la baldanzosa tenacia di Putin nell’opera di autoaffermazione dell’identità russa. Un’identità revisionata dal sincretismo putiniano e rilanciata su presupposti civili e culturali, più che ideologici o economici. La Russia ha ancora oggi una capacità di produzione di ricchezza inferiore a quella dell’Italia. E nonostante sia tra le grandi nazioni del mondo una di quelle che destina più parte del PIL alla spesa militare, è assai lontana dall’avere la più potente potenza di fuoco del pianeta. Pur tuttavia Putin è riuscito a porsi al centro dello scacchiere internazionale, perché ha revisionato il proprio universo simbolico (sintetizzando la storia della Russia pre-sovietica, con il leninismo e lo stalinismo e, infine, con la contemporaneità che egli rappresenta), rinvigorendo l’immaginario collettivo dell’orso russo.

 

E’ stato certo più facile per Putin, come per altri, trovare spazi grazie ai sette anni di minore impegno multilaterale statunitense (l’accordo con l’Iran è prezioso, ma è forse un po’ poco in sette anni…). E preoccupa pensare che Putin e gli altri avranno ancora un anno di “dronismo” su cui potersi adagiare, prima che il cambio di guardia alla Casa Bianca produca dei mutamenti nella politica estera statunitense. Ma è chiaro che i progressi della politica putiniana sono principalmente figli della lezione imparata dagli americani nella guerra fredda: la costruzione di un polo identitario, globalmente attrattivo per il magnetismo della propria identità culturale, più che per quello della propria forza economica o militare.

 

Questa è la sfida da vincere. E in attesa che, dopo gli errori di Bush e il disengagement di Obama, l’America torni ad avere un ruolo da protagonista, l’Europa farebbe bene a prendere sul serio l’impegno del “salto di qualità nella battaglia culturale” richiesto da Renzi. Si è detto, con molte ragioni, che gli attentati di Parigi sono stati subito percepiti da italiani, spagnoli, tedeschi e britannici come attentati europei più che francesi. E’ una constatazione emozionale importante, prodotta da Charlie Hebdo e dagli altri attacchi del Califfato, sulla scia di quelli perpetrati da Al Qaida a Londra e Madrid. Tuttavia per fare in modo che a tale constatazione emozionale collimi una riflessione razionale, che nutra una politica europea del “salto di qualità nella battaglia culturale”, occorre molto lavoro.

 

 

Per un nuovo pragmatismo europeista

 

Forse la retorica del federalismo europeista ha fatto davvero il suo tempo. E’ stata la necessità di lasciarsi alle spalle l’orrore di due guerre fratricide, che ha indotto l’Europa a porre le condizioni istituzionali di una pace duratura. Ci sono voluti milioni di morti europei per avere l’intuizione che, quanto unisce gli europei fra loro, è molto più forte di quanto in passato li ha divisi. I vincoli aguzzano gli ingegni degli artisti e le necessità storiche affilano quelli degli statisti. Oggi la necessità di difendersi dal nuovo nemico potrebbe davvero essere la leva che spinge una nuova fase dell’integrazione continentale.

 

Un’integrazione pragmatica: necessitata più che ideale, empirica più che idealista, che non può comprendere tutti i ventotto paesi dell’Unione, e forse neppure i diciannove dell’eurozona. Un’integrazione che sul tema della sicurezza continentale e della difesa comune può trovare il terreno per riprendere a crescere. Era il grande sogno di Alcide De Gasperi, che tanto aveva a cuore la difesa comune europea e tanto ne riconosceva la rilevanza strategica in ottica d’integrazione continentale, da essere contrario alla Nato.

 

Quel progetto di difesa comune saltò per l’indisponibilità della Francia. Indisponibilità alla condivisione mostrata di recente in occasione delle insensate scorrerie francesi sulla Libia, che hanno accresciuto la vulnerabilità di quella nazione alle incursioni dello Stato Islamico. Spesso purtroppo la Francia, molto più della Germania, ha rappresentato un freno all’integrazione. L’occasione mancata dell’accoglimento della Turchia dell’Unione, quando la Turchia non aveva ancora conosciuto l’irrigidimento culturale di Erdogan, è stata un'altra occasione mancata per l’Europa, dovuta ancora all’indisponibilità della Francia.

 

Tutti i paesi europei hanno fatto i loro errori. E andando verso il settantesimo anniversario dei Trattati di Roma del 1957, sarebbe forse il caso di esaminarli a fondo, anche per mettere meglio in risalto i successi che pure non sono mancati. L’Europa è chiamata, dopo il triste fallimento della costituzione europea, a rilanciare il proprio universo simbolico attraverso un investimento nel proprio immaginario, che risulta da tempo appannato. Deve farlo in fretta, perché alla strategia di morte del Califfato è connessa la questione del grande esodo dei migranti, che scappano dai territori minacciati dall’avanzata jihadista. Scappano per cercare rifugio e ristoro in un’Europa accidiosa, che non ha saputo o voluto ancora cogliere il significato storico e il senso politico di questo poderoso spostamento di uomini e donne.

 

 

[**Video_box_2**]La sinistra e il jihad

 

A restare umani non si perdono voti, ma se ne guadagnano. Ed è il modo più bello per guadagnarne. Se quella dello Stato Islamico sarà “la più lunga guerra del ventunesimo secolo”, per dirla con Aaron David Miller, la questione del grande esodo dei migranti sarà la sfida parallela più importante da vincere. Per due motivi semplici, ma pregni di significati. Anzitutto perché il primato dell’umanità e della pietas cristiana sono valori irrinunciabili, pena l’impossibilità di definirsi uomini. Quindi perché, se vogliamo dare una rispolverata a quell’immaginario collettivo occidentale che dà corpo al nostro orizzonte di valori, dobbiamo riscoprire, uno per uno, gli ideali iniziali del nostro vivere civile. Il valore antico dell’ospitalità è uno di questi.

 

L’ospitalità è forse l’essenza dell’italian way che, a sua volta, è il cuore pulsante del destino di scambio e di accoglienza del Mediterraneo, che non può in nessun modo diventare, come ha detto il Ministro Gentiloni, “il centro della riluttanza dell’Occidente”. La sfida planetaria contro lo Stato Islamico si vince prima nel Mediterraneo. E se non si vince nel Mediterraneo, non si può vincere a livello globale. Nel grande esodo dei migranti ci giochiamo parte significativa della possibilità di annientare il Califfato. Esserci dotati, in Italia per la prima volta, di una legge sulla cooperazione internazionale è la prova che, più di altri, abbiamo colto un livello d’ingaggio determinante. Forse la prossima mossa, dopo il miliardo di euro sulla sicurezza e il miliardo di euro sulla cultura, è il miliardo di euro sulla cooperazione. Tenendo sempre alta la guardia sui fronti militari dove siamo impegnati oggi e su quelli dove saremo impegnati domani.

 

La sinistra italiana è oggi battistrada in Europa per un rinnovamento profondo della claudicante sinistra europea. La sinistra socialdemocratica si è rivelata drammaticamente incapace di avere una qualche strategia comune sul tema delle migrazioni. E l’Europa ha svoltato a destra. Non c’è prova più evidente dell’esaurimento dell’universo ideologico del socialismo europeo di quella mostrata dall’incapacità di risolvere prontamente la dicotomia apertura/chiusura. Una dicotomia niente affatto nuova sul piano teorico, quasi classica, ma che affatica come nient’altro la balbuzie socialdemocratica.  Significare oggi il senso dell’essere di sinistra appropriandosi del termine dell’apertura, declinato nelle forme dell’ospitalità e della cooperazione, è una vera e propria nuova Bad Godesberg.

 

Quando nell’Odissea, fatto naufragio, Ulisse raggiunge a nuoto Scheria nella terra dei Feaci, è nudo e stremato. La bella Nausicaa, che lo scopre riverso sulla spiaggia, non sa di avere davanti a sé il re di Itaca. Le ancelle che la accompagnano sono turbate dal naufrago, nella cui figura spossata nulla lascia presagire regalità. A loro Nausicaa dice: “Questi che c’è capitato non è che un misero naufrago / e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus / gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro”. L’Occidente è apertura e dialogo. L’Occidente è il luogo del primato dell’intelligenza della politica. Dimenticarlo equivale a consegnarsi all’oblio di se stessi.

 

 

Antonio Funiciello è consulente della presidenza del Consiglio dei ministri

 

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