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La favola a sbafo del grillino vincente

Casaleggio, Grillo, Dibba, la velina delle magnifiche sorti di nuova classe dirigente. Cos’è la banda del buco antipolitico che ha preso un sacco di voti inutili col sostegno degli anticasta e li ha buttati nel cesso ignoranza crassa.

1 Dicembre 2015 alle 06:18

La favola a sbafo del grillino vincente

Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo (foto LaPresse)

Grillo stacca il suo nome-etichetta dal simbolo orrendo dei 5 stelle e torna a fare il cabaret. Casaleggio prova e riprova con le solite intemerate: comando io, viva Rousseau profeta di Gaia, democrazia diretta e assoluta in rete, e altre bellurie redditizie. Poi ci sono dei fighetta en citoyen come il napoletano Di Maio e il belloccio romanetto Di Battista detto Dibba. Infine un paio di sindaci: uno, a Parma, si fa gli affari suoi e governa benino; l’altro, a Livorno, segue la linea astronautica dell’Organizzazione, ed è sommerso dai rifiuti. Se è tutto qui, ed è tutto qui, per non parlare di deputati e senatori alle prese ancora con gli scontrini, le piccole invidie di gruppo, non capisco come persone teoricamente capaci d’intendere e di volere, un Ilvo Diamanti, sociologo portatile di Repubblica, e un De Bortoli dalla cara Concita a RaiTre, possano passare questa velina delle magnifiche sorti e progressive, di governo, di nuova classe dirigente, di quella banda del buco antipolitico che ha preso un sacco di voti inutili con il sostegno castale degli anticasta, giornali e televisioni, e li ha buttati nel cesso della propria ignoranza crassa, di una spavalda e insultatrice inanità.

 

In particolare il sociologo portatile dice che i grillini, da non chiamare più così, come già ordinato da Grillo, da tempo sono stabilmente il secondo o il terzo partito, ma forse il primo, “secondo alcuni”. Cita sondaggi: gli stessi che prevedevano uno score eccezionale alle europee all’insegna del “vinciamo noi” diventato un “vinciamo poi”. Da tempo? Ma sono in ballo da un paio d’anni,  e nel frattempo (poco) non hanno avuto influenza alcuna nella scelta dei governi, del presidente della Repubblica, delle idee su cui un paese sopravvive ai suoi difetti; si sono sbattuti di qui e di là con certe grossolanità da leccarsi i baffi, hanno fatto la pantomima della guerra civile, ma sono fuori da tutto, fuori dal mondo reale, fuori dalla politica vera il cui ritmo è scandito dalla tentata ripresa economica, dalle guerre dei combattenti islamici, perfino dalla kermesse ecosostenibile di Parigi, ma non da loro, non dalle loro trovate, non dalla loro falsa furia apocalittica, dalle loro proposte di legge per dare un po’ di soldi a tutti quanti e altre cazzate di cittadinanza.

 

Ma nella pubblicistica politologica andante, per una qualche misteriosa ragione, i grillozzi continuano ad avere uno status, un diritto di messinscena, più che di tribuna, assolutamente sproporzionato. C’è il gusto vanesio di saperla lunga, di andare dietro qualche presunto vincente fingendosi all’avanguardia dei fenomeni. C’è un poco di vecchio temperamento fascista italiano, la reverenza al provvidenzialismo con gli stivali dell’uomo di Bibbona. C’è la paura di essere insultati e di avere qualcosa da rimproverarsi. C’è il raccolto della lunga semina antipolitica, cominciata con gli arresti codini dei Francesco Saverio Borrelli, con l’eliminazione di partiti e progetti politici più o meno sensati, più o meno corrotti, ma robustamente incardinati nella storia della Repubblica. C’è la fiducia cieca nella febbre dei sondaggi, un vecchio termometro al mercurio da sempre infilato nel culetto di bambina dell’opinione pubblica. C’è la sempiterna mitologia novista. Ma insomma, qualcuno renderà poi conto delle previsioni sbagliate, delle veline depistanti, visto che tutti sanno che in un modo o nell’altro la politica vera, finché ce ne sarà una, prescinde largamente non dico dall’improvvisazione e dal dilettantismo, ma dagli eccessi nell’uno e nell’altro campo?

 

[**Video_box_2**]Il codino di Podemos è già alle prese con la risalita economica, e si becca un fenomeno imitativo di centro moderato, quello dei Ciudadanos di Alberto Rivera, ed è in calo ridicolo. Jeremy Corbyn deve fronteggiare la spaccatura, come una mela, del Labour: lui vuole fare il santo pacifista a piedi scalzi, e quelli vogliono mettersi gli stivali. Tsipras è agli ordini di Schäuble ormai da mesi, e tanti saluti alla crisi umanitaria. C’è nell’aria un sapore di surrogato, un senso d’irrealtà organizzata e orchestrata da menti non proprio raffinatissime. Quando la pianterete di raccontare a sbafo la favola vincente dei grillini?

 

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