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Giocare un’amichevole con l’islamofascismo

Nel dibattito pubblico italiano siamo fermi alle cose da “non fare”

19 Novembre 2015 alle 06:18

Giocare un’amichevole con l’islamofascismo

L'esercito francese per le strade di Parigi (foto LaPresse)

Premessa d’obbligo: nessuno – nelle cancellerie del pianeta, nei think tank o nelle redazioni dei giornali europei – ha la soluzione per evitare che eccidi terroristici come quelli di venerdì scorso a Parigi si possano ripetere. E’ comprensibile. Eppure tutti dovremmo riconoscere che continuare con il solito tran tran – non soltanto rispetto alla sicurezza nei luoghi pubblici, ma soprattutto in materia di stabilizzazione dei focolai esterni ai nostri confini e d’integrazione delle minoranze islamiche – è un’opzione da escludere. Il presidente della Repubblica francese, François Hollande, ne ha preso atto; nell’attesa di capire come finirà la sua proposta di riforma costituzionale, ha dichiarato lo “stato d’urgenza”, e con qualche utilità: da domenica sera sono state eseguite 414 “perquisizioni amministrative”, 25 persone sono state prese in custodia delle forze dell’ordine e 34 armi requisite. Non basta per spegnere il fuoco islamista, ben inteso, ma aiuta. Si potrebbe tendere verso il modello israeliano, descritto oggi da Giulio Meotti su queste colonne, quello per esempio di una democrazia vitale ma in armi, anche ideali, che convive da decenni con il terrorismo islamico. Vaste programme. A maggior ragione appare sorprendente l’atteggiamento di alcuni esponenti dell’establishment occidentale. Quelli secondo i quali la proclamazione dello stato d’urgenza, di per sé, “fa di ogni maghrebino, in molte circostanze e in alcune ore della giornata, l’individuo sospetto che sarà legale fermare, interrogare, perquisire, trattenere”, col rischio di “favorire il reclutamento” dello Stato islamico (Sergio Romano).

 

Se poi si discute di più poteri all’intelligence, ecco che il quotidiano liberal New York Times brandisce “l’incostituzionalità” di questa ipotesi e ricorda i presunti tempi bui di George W. Bush (cui si è messo fine con una libera elezione, tra l’altro). Meglio allora intervenire al di fuori dei nostri confini? Qui i “no” formano addirittura un coro: da Massimo Fini sul Fatto ai grillini, passando per rispettabili blairiani pentiti, tutti pronti a giurare che così pure si aizzerebbe il terrorismo. Intervento via terra in Siria? Per Franco Venturini (Corriere della Sera), “alla ‘crociata’ si risponderebbe con la ‘guerra santa’, lo scontro diventerebbe globale”, quindi scartiamo pure questa opzione. Più controlli ai confini? Esattamente quello che l’Isis vorrebbe, la “lepenizzazione” dell’Europa, assicurano molti intellò. Rispondere alla violenza con la satira? Nemmeno, perché “se uno mi offende la madre gli do un pugno” (cit.). Insomma, ad ascoltare tutti questi non possumus, faremmo meglio a rimanere fermi sul posto. Andiamo già bene così. E poi quella con il totalitarismo islamista è una partita amichevole, no? Se perdiamo, che volete che succeda. 

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