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Marino e la notte del Pd

La storia del sindaco uscente di Roma è da slavina partitica ed è diventata una valanga comica, una scena nella quale perfino facendo la comparsa si casca nel terreno letale per la politica: il ridicolo

28 Ottobre 2015 alle 15:06

Marino e la notte del Pd

Ignazio Marino esce dal Campidoglio al termine della Giunta (foto LaPresse)

Resta. Se ne va. Ritorna. Parte. Studia blitz in aeroporto. No, è asserragliato in Campidoglio. Fa la giunta. Dài no, si disfa. Sembrerebbe degno di Shakespeare il dramma dell’Ignazio Marino, verrebbe da chiedersi “A che punto è la notte?” (Macbeth) e da rispondere “ormai contende con il mattino chi dei due debba essere”, ma in realtà siamo in pieno Mel Brooks, quello del dialogo in cui il dottor Frankenstein dice: “Non voglio metterti in imbarazzo, ma sono un chirurgo di una certa bravura, potrei forse aiutarti con quella gobba”. E il gobbo, Igor (Marty Feldman) risponde stralunatissimo: “Quale gobba?”. Ecco, la storia di Marino è da slavina partitica, è diventata una valanga comica, una scena nella quale perfino facendo la comparsa si casca nel terreno letale per la politica: il ridicolo. Ma così è se vi pare (e anche se non vi pare) dunque la saga del sindaco non ha più l’accento extraterrestre, il plot del Flaiano di “Un marziano a Roma”, no è diventata uno scaricabarile in cui padrini, preti officianti, i parenti tutti di Marino scappano dal personaggio. La sceneggiatura è grottesca, una pochade direbbero gli amanti del teatro, un romanissimo pasticciaccio brutto che funge da parabola, da avvertimento per chi pensa di poter fare a meno dei partiti.

 

Dicono i benpensanti: è colpa di Renzi che ha svuotato il partito. Se fosse così, il caso sarebbe risolto senza bisogno di un Ellery Queen della politica, in realtà assistiamo all’esatto contrario: si è giunti a questo punto perché prima il partito non c’era e quello che sta nascendo dalle ceneri del nulla non ha ancora il controllo di tutte le province dell’impero. Chi battezzò Marino ai lettori del Foglio è noto: Goffredo Bettini. Nella sua lettera che abbiamo pubblicato poco tempo fa, il nostro Giovanni Battista – l’unico finora ad essersi caricato sulle spalle una responsabilità politica – ha svelato però che a condurlo sulle rive del Giordano democratico fu un personaggio che oggi sta tomo tomo quatto quatto: Massimo D’Alema. Ecco il passaggio della lettera di Bettini: “Come sono andate le cose che hanno portato alla candidatura di Marino? Marino l’ho conosciuto prima delle elezioni per il Parlamento del 2006. Ero presidente dell’Auditorium e lì mi venne a trovare, mandatomi da D’Alema”. Alt! Fu dunque D’Alema a mandarlo, lo stesso Massimo che descrive un partito renzianamente dipartito. In Campidoglio in realtà è in scena il sottoprodotto di lavorazione del non-partito dalemiano: l’ascesa di personaggi in cerca d’autore come Marino e Crocetta al Comune di Roma e alla Regione Sicilia. Entrambi, guarda caso, ballano da soli, in aperto contrasto con il Pd, (dis)organizzatori di correnti personali che non hanno niente a che fare con la democrazia di un partito. Marino non ha una linea politica se non quella della sua sopravvivenza personale.

 

[**Video_box_2**]Roma cade nel ridicolo? Non importa, primum vivere! Il Rosario ha cambiato 35 assessori in due anni, è alle prese con la nascita in provetta del suo quarto governo in tre anni. Siamo al Crocetta IV, cose da pazzi. Nel 2012 Bersani commentò così la vittoria: “Abbiamo vinto in Sicilia. Cose da pazzi". Aveva ragione. E D’Alema dixit: “Siamo l'unica grande speranza che c'é in campo e cioè quella rappresentata dal centrosinistra, in questo caso con la candidatura di Crocetta in Sicilia che vede per la prima volta nella storia un candidato proveniente dalla sinistra”. Evviva. Cari amici, non è una questione del “senno di poi”, sarebbe troppo facile, questo è un problema dell’oggi. Avete coscienza storica? O siete fuggiti nel bosco? Fu quel partito a sperimentare strabilianti soluzioni eugenetiche della politica. Un partito senza una leadership popolare, consegnò la guida della Capitale a una barba intermittente e pedalante che sulla scala del Campidoglio oggi cita Che Guevara; un partito pieno di caminetti e senza legna pensante da ardere diede le chiavi della Regione Sicilia – il cubo di Rubik d’Italia – a una sagoma impomatata che promise la rivoluzione e oggi scrive “pizzini fuori sacco” (così li chiama) alludendo a scenari pirandelliani: “E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!”. Non so più quello che faccio, son cose da incubo freudiano.

 

Il partito che non c’era fu fatto prigioniero da queste figure, intrise d’infantilismo anarchico e comicità disarmante. Bersani e D’Alema? Grandi vuoti di memoria. La colpa di Renzi è che nel fare il partito non si è ancora liberato dei carcerieri e la domanda per il Pd ormai è vitale: a che punto è la notte?

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