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Cosa lega ancora Renzi e Orfini dopo la sfiducia del premier sul caso Roma

Orfini, negli ultimi giorni, pare uno che dall’altare è precipitato nella polvere (ci si mettono, anonimi, anche i consiglieri comunali pd, quelli che ieri sui giornali sibilavano: “Orfini è stato un errore”).

28 Ottobre 2015 alle 08:57

Cosa lega ancora Renzi e Orfini dopo la sfiducia del premier sul caso Roma

Matteo Renzi con Matteo Orfini (foto LaPresse)

Roma. “”C’è una persona che sta lì proprio per chiudere questa vicenda. Che la chiuda. Io non mi infilo in certe beghe e tanto meno mi metto a mercanteggiare”. Uno apre il Corriere della Sera e fatica a capacitarsi: è il premier Matteo Renzi che parla ai collaboratori, del caso Marino ma soprattutto di Matteo Orfini, presidente del Pd e commissario del partito nella Roma tormentata dalle inchieste “Mafia capitale”, prima, e dal caso Marino, poi. Un Orfini che fino a ieri era plenipotenziario stimatissimo sul territorio nonché uomo-ponte tra la squassata giunta capitolina e Palazzo Chigi. “Una persona che sta lì proprio per chiudere questa vicenda”: come dire “arrangiati, tu che ci hai trascinati fino a qui”. E se non viene detta così a brutto muso è perché Orfini, con il suo passato e i suoi contatti dalemian-bersaniani, in Parlamento e nelle Regioni ancora riveste una funzione rassicurante (uomo-ponte pure lì, tra minoranza e maggioranza pd). E però è un fatto: Orfini, negli ultimi giorni, pare uno che dall’altare è precipitato nella polvere (ci si mettono, anonimi, anche i consiglieri comunali pd, quelli che ieri sui giornali sibilavano: “Orfini è stato un errore”).

 

Eppure c’è stato un tempo non lontano in cui Orfini, fresco di nomina commissariale, andava a fare assemblee al Laurentino 38 e, a dispetto dell’abituale stile defilato, saliva in piedi su una sedia ad arringare la folla, applaudito da militanti e dirigenti che vedevano in lui il Mister Wolf capace di risolvere il problema dell’appannata credibilità partitica (erano i giorni neri dei titoli internazionali sulla Roma “mafiosa”, con contorno di intercettazioni ed elucubrazioni su Salvatore Buzzi, sul “Cecato” e sulla Cooperativa 29 giugno e i suoi poco chiari affari bipartisan). E Orfini, ex ragazzo di bottega dalemiano – sezione Mazzini, quartiere Prati, giubbotto non firmato, mania del biliardino come aggregatore sociale, fama di organizzatore infaticabile di campagne elettorali, romanzo di formazione a Italianieuropei – era considerato, a Palazzo Chigi come nelle stanze del Pd romano (in alcuni casi obtorto collo), l’ufficiale di collegamento tra Renzi e i circoli cittadini nel marasma, per giunta messi sotto esame da Fabrizio Barca, l’uomo della “mobilitazione cognitiva” che a un certo punto aveva pubblicamente distribuito patenti di indegnità. Ed era stato Orfini a tenere in qualche modo in piedi, in Campidoglio e presso Palazzo Chigi, il sindaco Marino già pieno di nemici, anche se miracolato per eterogenesi dei fini proprio dall’esplosione di “Mafia capitale”: rispetto ai precedenti mesi di fuoco amico, infatti, allo scoppio della bomba mediatica (dicembre 2014), nel Pd locale si era diffusa l’idea di aggrapparsi al nome del sindaco “estraneo ai fatti”, l’E.T. che ripeteva “io non c’ero”, come a volersi scansare mentre crollava il mondo. E ci si faceva dunque andar bene Marino, in quei giorni d’inferno, anche a costo di chiudere un occhio sul suo astruso stile di governo. C’erano state insomma riunioni in cui Orfini, protettivo, aveva accompagnato il sindaco che gridava “io non ho paura, resto fino al 2023” in mezzo al brusio degli aspiranti congiurati. E se è vero che l’estate aveva portato altri disastri (vedi funerale Casamonica durante le ferie americane del primo cittadino), è pure vero che Orfini, il “Giovane Turco” (per citare la sua corrente dei tempi bersaniani), non soltanto manteneva la barra renziana presso il Comune con afflato real-politico, ma faceva digerire ai renziani (molti dei quali riottosi, specie nel “Giglio magico” attorno al premier) il concetto che Marino fosse da lasciare al suo posto.

 

[**Video_box_2**]Poi il patatrac: ecco il sindaco nel bailamme degli scontrini, ecco l’ingovernabilità sottesa (il vero problema) che torna a galla, ecco il Pd locale a cui non pare vero di tornare ad attaccare il mal digerito Marino-corpo estraneo, mentre i suoi sostenitori recidivi si radunano su Facebook e in piazza al grido di “movemose”. Risultato: Orfini che diventa pungiball di questi e di quelli (“avete fatto finta di aiutare il sindaco ma dopo lo avete pugnalato alle spalle”, dicono nemici esterni e interni).  E pensare che il sogno orfiniano, a un certo punto, era parso quello di puntare al prossimo congresso del Pd, per “ereditare” idealmente dal premier il partito, in perfetta staffetta tra passato pre-Renzi e presente renziano.

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