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Boschi, Marino e la storia dei due Pd

Due immagini diverse, due storie opposte, due mondi in contrasto ma che vivono all’interno di un unico caotico universo che porta il nome di Pd. La prima immagine, fresca e vincente, è quella di ieri ed è l’approvazione al Senato della riforma costituzionale.

14 Ottobre 2015 alle 06:18

Boschi, Marino e la storia dei due Pd

Matteo Renzi (foto LaPresse)

Due immagini diverse, due storie opposte, due mondi in contrasto ma che vivono all’interno di un unico caotico universo che porta il nome di Pd. La prima immagine, fresca e vincente, è quella di ieri ed è l’approvazione al Senato della riforma costituzionale. Brindisi e champagne e dieci voti in più rispetto al primo voto di fiducia del governo al Senato (179, contro 169). La seconda immagine, cupa e perdente, è invece quella di qualche giorno fa, ed è l’uscita di scena di Ignazio Marino, la sua velenosa coda di polemiche, il futuro incerto di Roma e la preoccupazione, non infondata, che la campagna per le amministrative si trasformi in qualcosa di diverso rispetto a quello che dovrebbe essere in modo naturale, e dunque una competizione dal sapore nazionale, e non solo locale, uno specchio letale da infilare davanti agli occhi del governo vampiro. Ci si potrebbe anche chiedere se esista un Pd più autentico e uno meno autentico, ma il vero problema è un altro.

 

Proviamo a sintetizzarlo così: cosa può fare il partito della Nazione per avere un suo riflesso concreto sul partito della Fazione? Detto in altri termini: può Renzi permettersi di considerare le prossime elezioni amministrative come un problema che riguarda solo il Partito democratico e non il Partito di governo? Se l’Italia fosse un paese normale con un’opinione pubblica matura capace di comprendere che votare sulla qualità del manto stradale romano o sulla pulizia del lungomare di Napoli o sulla funzionalità dell’Area C di Milano riguarda più la natura della classe dirigente di una città che la natura della classe dirigente di governo sarebbe possibile pensare che un successo o un non successo a Roma, a Milano, a Napoli, a Bologna, a Cagliari, a Torino, a Trieste sia solo un successo o un non successo degli amministratori di quelle città. Ma il caso di Renzi, per molte ragioni, è un caso diverso. E se è vero che la prossima campagna elettorale non servirà per misurare la salute del governo, è anche vero che i prossimi mesi saranno invece utili per misurare la salute del primo azionista di questo governo, ovvero il Pd. Il problema è dunque questo: può permettersi Renzi di dire che la battaglia per le amministrative riguarda il Pd di Roma, di Milano, di Cagliari, di Torino, di Bologna e di Trieste e non il Pd di Renzi? Se fossimo in Francia, in America o in Inghilterra nulla di strano, ma in Italia la questione è diversa, e una sconfitta di Renzi nelle città più importanti italiane sarebbe un colpo di mazza da baseball in mezzo alle gambe del premier segretario.

 

[**Video_box_2**]L’atteggiamento di Renzi al momento è liquidatorio e anche il fatto che il presidente del Consiglio dica “ci saranno le primarie, la scelta riguarda gli elettori, non il partito” è sintomatico di una tendenza a non voler creare una sovrapposizione tra partito della Nazione e partito della Fazione. Eppure lo stesso strumento delle primarie, che è prezioso e vitale, se lasciato in mano alle piccole fazioni locali ha tutte le caratteristiche per regalare al Pd altri Ignazio Marino, e non solo a Roma ma anche in tutto il resto dell’Italia – e ci si può girare attorno quanto si vuole ma l’elettore che sostiene il partito della Nazione è un elettore che metterebbe i piedi in un gazebo del Pd solo in presenza di un tocco renziano, di una Boschi a Roma, di un Orlando a Napoli. La tentazione di Renzi è dunque comprensibile, il disimpegno sulle amministrative sarebbe persino naturale, ma scegliere di non partecipare alle primarie, di non scommettere su un suo cavallo, di non metterci la faccia, come si dice, rischierebbe di mettere Renzi, alle prossime amministrative, in una condizione simile a quella in cui si ritrovò Enrico Letta alla fine del 2013. Letta scelse di non schierarsi con nessuno alle primarie per la segreteria del Pd e fu anche in virtù di quella decisione che subì sulla sua pelle le conseguenze di una non scelta. Il paragone con Renzi regge fino a un certo punto e in fondo il vero termometro per misurare la forza del partito della Nazione sarà il referendum del 2016 sulla riforma costituzionale. Ma l’Italia purtroppo non è la Francia o l’America e Renzi prima o poi sarà costretto a capire che senza un investimento forte nel partito, anche quello non nazionale, il Pd rischia di essere investito dallo stesso fenomeno che aveva lanciato Renzi: il partito dei sindaci – oggi, purtroppo per Renzi, parente stretto più del partito della Fazione che del partito della Nazione.

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