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“Io sto con Galantino, altro che immigrati nel tombino”

Perché quando il segretario della Cei parla di profughi diventa un bersaglio solo per avere detto semplici cose vere. Ci scrive un leader storico di Sant’Egidio e va all’attacco del capo della Lega, di Grillo e della politica esasperata dai media.  L’estate di vent’anni fa e quella del 2015.

25 Agosto 2015 alle 13:50

“Io sto con Galantino, altro che immigrati nel tombino”

Foto LaPresse

Al direttore – Vent’anni fa, Seconda Repubblica. Dopo l’enfasi di “Mani Pulite” – quando le tangenti erano in gran parte un modo di finanziamento della politica e un esito della Guerra Fredda, e solo in maniera secondaria arricchimenti personali, al contrario della “deregulation” attuale, dove la pervasività degli arricchimenti personali e del “mondo di mezzo”, delle fatturazioni gonfiate, arriva fino a lucrare sui soldi marginali per i poveri, in maniera scientifica e speculare alle raffinate leggi e norme anticorruzione che sono intanto fiorite – d’estate imperversava il gossip. Famiglie reali, canottiere padane, delitti e misteri dell’estate. Traumatica la fine di agosto 1997, quando Lady Diana muore in una notte tragica di inseguimenti e paparazzi nel sottopassaggio dell’Alma, a Parigi.

 

La nostra estate 2015 ha notizie vere. Migliaia di profughi che attraversano il Mediterraneo e barche che affondano con carichi di vite umane. L’esplosione di Tianjin, e quella routinaria, con più morti ma “meno interessante” in Iraq, l’attacco del sedicente Stato islamico in Libia, la morte assurda di Andrea Soldi che doveva essere aiutato e che è morto durante un Tso, l’alluvione in Calabria che ci ricorda decenni di cattiva politica, abusi edilizi, mancato investimento sul nostro territorio. E poi il raffinato eloquio di chi dice “i vescovi non rompano…”.

 

Il gossip è stato soppiantato a piene mani, per spazi sui giornali, da Grillo-Salvini. Ovvero dalla linea dura contro i migranti in più somministrazioni.

 

Quella Grillo – che poi annuncia un “mi sto per ritirare dalla politica”: quanto durerà questo “mi sto per?”, un mese, un anno? Un modo per lanciare il nuovo spettacolo? – che rilancia il reato di clandestinità, e che dice “meno ingressi più respingimenti” (come?). Quella Salvini, pirotecnica, bulimica. “Riportarli a casa propria invece di pagare con i nostri soldi i trafficanti” e “investire nei paesi da cui scappano così non vengono. Adesso vado in Nigeria per favorire gli investimenti italiani” – a parte l’amenità, come se eritrei e siriani fossero nigeriani. Fino al “genocidio degli italiani” da parte dei profughi che sopravvivono alla traversata. Soluzioni disponibili? “Tombini di ghisa!”: al collo?

 

Sulla scia di questo, quando mons. Galantino parla di profughi diventa un bersaglio. Per avere detto semplici cose vere. Dopo avere visitato in Giordania la scuola per 1.400 ragazzi che la Cei ha realizzato – ma è solo l’ultima di una miriade di iniziative ecclesiali e di organizzazioni non governative e di associazioni di cristiani per i profughi perseguitati, dalla Siria a Erbil, inclusa una piccola scuola per 500 ragazzi nel nord della Bekaa alla cui nascita ha lavorato anche chi scrive, con la Comunità di Sant’Egidio – non può che dire che c’è chi specula a buon mercato sui profughi per motivi elettorali, e che è uno sconcio. Infatti, che cosa sono 80 mila siriani in Europa e 200 mila profughi in Italia rispetto a un milione e mezzo nel piccolo Libano e a un terzo della popolazione fatta di sfollati nella sola Giordania? Ma dalla Lega arriva così l’ultima “campagna d’estate”. Contro mons. Galantino e la Chiesa italiana, forse per arrivare fino a Papa Francesco: “Galantino un vescovo comunista, io un cattolico peccatore”. In prima serata al TG1 era stato chiesto a Salvini: “Ma se i profughi sono in mare e chiedono aiuto non bisogna soccorrerli?”. La risposta era stata da libro dei sogni: “Vorrei che i migranti non partissero e che non morissero”. L’intervistatore si è solo dimenticato di fare l’ovvia domanda successiva: “Ma scherza, on. Salvini? Dove vive? Guardi che i profughi fuggono e muoiono perché comunque c’è chi li sgozza. Spendono fortune e rischiano la morte, schiavizzati e rivenduti da diversi gruppi di trafficanti, con viaggi anche di uno o due anni, perché la guerra e gli sgozzatori esistono e pure le dittature e le persecuzioni religiose e etniche”. “Tutta qua la sua proposta politica per un problema epocale”?

 

La domanda non c’è stata. C’è stato invece il rilancio salviniano: “Io dico le cose dei padri di famiglia, invece di dare la cittadinanza agli immigrati”. Intanto, dopo qualche giorno da ombrellone in spiaggia posso dire che tanti padri di famiglia sono addolorati o disperati a vedere che bambini affogano e che c’è tanta indifferenza. E che sono felici di vedere la solidarietà. Poi bisogna ragionare su che cosa è la politica che pretende di “parlare a nome dei padri di famiglia” o “dei giovani e di quelli che non arrivano a fine mese” (versione pentastellata). In realtà valanghe di padri di famiglia non ne possono più di questa approssimazione e dell’arroganza senza soluzioni.

 

Prima di addentrarmi nel tema della politica e della responsabilità della politica al tempo del nuovo corto circuito mediatico, penso sia giusto lasciare scritto qualcosa di reale sul tema delle migrazioni. “Respingere, rimandare i migranti e i naufraghi in Libia” non è solo contrario alla legge del mare e al minimo sindacale dell’umanità, ma è parole in libertà: la Libia, come stato, è un po’ che non c’è più, il sedicente Califfato c’è e bombarda, i trafficanti umani ci sono e sono collegati a chi controlla porzioni di territorio libico, a Misurata, a Tripoli, ovunque. E “rimandarli indietro”, finché non c’è un inizio di governo nazionale e di controllo del territorio e di sicurezza, vuole solo dire ridarli agli aguzzini. Riportarli fuori dalla Libia è ancora più fantasioso: dove, in quali case, in mano di quali regimi, con quali forze, con quanti e quali aerei e navi e soldi, con che prospettiva?

 

E non è male ricordare, una volta almeno, che le migrazioni non sono un’emergenza ma sono un fatto epocale. Che sono 60 milioni i profughi nel mondo, la cifra più alta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Che solo i siriani fuori dalla Siria sono 4 milioni. Che stanno cambiando i confini del Medio Oriente tracciati dopo la Prima guerra mondiale, che le guerre e il Califfato esistono, e pure la desertificazione o il servizio militare a vita in Eritrea da cui fuggono uomini e donne che preferiscono il rischio della schiavitù e di essere temporaneamente venduti come carne umana pur di fuggire e tentare una nuova vita. Per stare alle proporzioni dei campi profughi di Libano e Giordania in Italia avremmo già ricevuto venti milioni di profughi in tre anni. Perché tanta durezza e rabbia di fronte a 200 mila profughi l’anno (che se trattassimo meglio si potrebbero inserire e contribuire al rilancio nazionale, anche visto il deficit di immigrazione che abbiamo)?

 

Certo, occorrerebbe creare i viaggi legali e sicuri, intervenire sulla Convenzione di Dublino, risvegliare e ridistribuire con l’Europa. E tutto è lento. Occorrerebbe ripartire cifre più vaste di profughi, uscire dall’emergenza e creare sistemi normali di ricongiungimento familiare, una disciplina organica del diritto d’asilo, una struttura capace di smaltire in fretta la verifica delle domande, invece di anni di “limbo” e di arricchimenti di malintenzionati cresciuti sulle procedure “d’urgenza”. Non come adesso. “Vorrei che non partissero e che non morissero” è la proposta politica salviniana. Quella della “concretezza di ghisa”. C’è da preoccuparsi. Ineffabile, siccome sono parole in libertà ma che suonano bene, infatti, rilancia il giorno dopo e dopo ancora con una più grossa.

 

Mons. Galantino diventa, nella rappresentazione da prima pagina “il vescovo comunista”, per avere detto cose vere. Salvini ha già accusato prima: “O è perché non capiscono niente o è perché ci mangiano”, e qui si va all’accusa solita sui soldi, obliqua (per ora sorvoliamo sul fatto che tre anni pre-Expo a forte marca leghista sono stati una catena di corruzione e di scandali).

 

E poi diventa messaggio minaccioso (“io cattolico peccatore, ma non mi bevo tutto”). Un modo per invitare alla rivolta dal basso i cattolici “padri di famiglia”, disobbedienza, e fare come se se ne prendesse la rappresentanza.

 

La politica è malata. Chi dice che il minimo per la nostra civiltà è non lasciare morire la gente in mare - papa Francesco incluso - nel tritacarne mediatico, che va appresso e amplifica il Salvini-pensiero, diventa “comunista”: è un aggettivo che fa quasi ridere, preso dal passato e dalla Nord Corea. Però a Salvini piace, come la Corea del nord e il Caligola asiatico: “Una vera comunità”, parole sue. La Chiesa italiana è diventata un bersaglio. La tattica salviniana, amplificata da media intorpiditi dall’automatismo, vuole istintivamente o per calcolo unire ambienti ecclesiastici infastiditi dalla svolta pastorale di Papa Francesco, cattolici individualisti, lo storico anticlericalismo di una parte della società, l’antico clerico–fascismo, il sentimento anti-immigrati, e chi vuole che la Chiesa stia in un angolo, e che i cattolici siano avvolti nella predicazione – egoista - della “nuova politica”. Anche nella vita quotidiana, non solo al momento del voto. Mentre invece, nelle nostre città, crescono le iniziative di chi si rifiuta di dire che solo l’egoismo anti-immigrati ha ragion d’essere. Come la famiglia di Treviso che ne ospita 5 e che è accusata di “mangiarci sopra”, ma se la ride e continua con generosità.

 

La politica è malata. E l’operazione che mira a indebolire il vertice della Cei rischia di essere meno improvvisata di quello che sembra. Se non condannata, se non isolata, rischia di impoverire il Paese. E, come sempre, delegittimare tutto. Perché c’è una chiesa di popolo che aiuta l’Italia ad avere una tenuta morale, che crede nella convivenza, non nel tutti contro tutti che, secondo me, è utile anche a chi non ci si ritrova.

 

Occorre aprire una riflessione seria sulla politica al tempo della crisi (anche economica) dei media, dei social media, dei populismi, per evitare un avvitamento e un imbarbarimento difficili da recuperare. 

 

La politica di “chi la spara più grossa” è da tempo strategia di comunicazione e azione politica. Le campagne di preparazione delle guerre del Golfo, la creazione del nemico assoluto, l’innalzamento dei livelli di allarme, hanno creato in questi ultimi decenni il modello di riferimento. Tecniche di comunicazione in tempi di guerra. Dove la verità è la prima a morire. Se no, non puoi fare o non puoi nemmeno provare a vincere una guerra. Soprattutto per le democrazie, che hanno bisogno del sostegno dell’opinione pubblica più dei regimi autoritari, quando fanno la guerra.

 

Tutto questo si è trasferito da tempo sul terreno della politica interna. Da decenni le politiche degli annunci, le promesse, le nuove promesse come rilanci roboanti quando emerge che le precedenti non si sono realizzate, in risposta ai problemi sociali e ai dati negativi dell’economia, hanno questo ruolo. Il titolo di oggi che scaccia quello di ieri. E la memoria corta. Inutile chiedere coerenza. Ci si dimentica. Così si sono indeboliti i partiti sani e le politiche. Così sono nati i partiti personali o le cordate dei leader mediatici, e le culture politiche e le appartenenze sono state messe da parte, fino al terremoto dei consensi delle ultime elezioni politiche. Renzi ha avviato la Grande Trasformazione al tempo di questa crisi. Il tentativo, proibitivo, in corso: coniuga sogni e dura realtà e la fatica delle riforme vere. Un gioco a tutto campo dove i nemici si coalizzano da territori diversi.

 

I nuovi leader, voce grossa e molte trovate sceniche, azzerano i mezzi toni, il ragionamento, i luoghi dell’elaborazione e dell’elaborazione politica delle soluzioni. Grillo è un artista. Salvini un immaginifico designer di magliette e di vecchi linguaggi. Spesso i temi lanciati, nella politica populista, sono quelli degli umori del momento di un pezzo della popolazione. I leader più in voga hanno più spazio mediatico nella misura in cui sono follower, gregari, di opinioni pubbliche mutabili, che vanno eccitate con nuove favole o grida ogni giorno.

 

Mentre il nostro mondo è complesso e la complessità richiederebbe soluzioni ed elaborazione, collaborazione tra diversi, fino al coraggio di scelte anche impopolari. I media – con poche eccezioni che fanno fatica a diventare esemplari - sono parte di questo meccanismo. Creano i leader che non sono leader ma follower, e poi restano fedeli a se stessi.

 

[**Video_box_2**]Dall’ultima campagna elettorale c’è stata una accelerazione. Con i media tradizionali – alla ricerca di se stessi - rischiano di fare da eco e amplificatori anche quando dissentono. E’ la “subalternità nell’opposizione”. Cioè: anche quando ti contrasto, non sono io a decidere il terreno di gioco, ma subisco, rispondendo all’ultima favola che hai lanciato tu. Ricordiamo tutti le rincorse delle telecamere e dei media nazionali e internazionali dietro alle “non interviste” grilline. O i lunghi servizi televisivi a prendersi gli insulti pentastellati in campagna elettorale: manipolati dal trust incantatore Grillo-Casaleggio e Associati, che lavorava sulla debolezza del sistema. Per la paura che il giornale concorrente avesse una battuta per primo. L’amplificazione del nulla che poi alla fine crea la Cosa, e il leader. E’ un problema cresciuto nel bipolarismo Grillo-Salvini (Renzi è l’unico che riesce ad essere ancora ascoltato in questa comunicazione a tinte forti). E non c’è più bisogno di dimostrare che quello che si dice ha senso. Mancano persino gli intervistatori che dicono: “Scusi? Ma lo sa che ha appena detto una fesseria che non corrisponde alla realtà?”. Anzi, la scivolata di oggi diventa utile, perchè parla a un target diverso da quello di domani, quando la sparata sarà diversa e più grossa.

 

Così, in una Italia dai molti media e dalla memoria corta, con molti giornalisti che rischiano il posto di lavoro – il che non aiuta l’indipendenza - dove siamo raggiunti da tutto confusamente, ma non possiamo sempre selezionare le informazioni, verificare, si raggiunge il risultato di raccogliere consensi dagli opposti. In giorni diversi dai pro-Tav e dai no-Tav, da chi vuole la semplificazione e lo snellimento della burocrazia e da chi favorisce il contenzioso per sostenere gli avvocati disoccupati. Come fa in Parlamento Cinque Stelle, inondando i social media di frammenti di discorsi verosimili e quasi sempre falsi. O reticenti. Quasi sempre aggressivi e violenti. “Noi” (puri), contro “Voi” (tutti, tutti corrotti, senza distinzioni). Anche quando non c’è proposta, non si è fatto nulla nella vita precedente per le categorie deboli che si dice di voler difendere, e si è maniacalmente ossessionati dal piacere delle manette, come se le manette facessero vivere meglio la gente.

 

Dietro c’è un’idea della politica non-politica. Crea nuove nomenclature che fanno finta di non essere nomenclature. Senza passato e senza titoli. Fa crescere, dietro al leader mediatico, il potere personale e quello dei “miei”: è simmetrico alla distruzione del ragionamento e della ricerca delle soluzioni.

 

Una non-politica iconoclasta, dove avere una storia, un curriculum, avere fatto qualcosa suona sospetto. Meglio la tabula rasa. Meglio non sapere neanche l’Italiano. Una politica che nasce già corrotta, anche quando non ci sono appropriazioni indebite. Quando Signor Nessuno diventa oracolo e va in prima pagina e prima serata, anche quando riceve il tapiro d’oro mondiale per le più grandi fesserie di un politico in servizio. Corrotti ante litteram – e senza la coscienza di esserlo - dalla presenza TV, da un titolo di giornale in più, dal titolo che riprende chi la spara più grossa invece di ignorare chi la spara più sbagliata.

 

E’ il contrario della fatica della politica. Dell’assunzione di responsabilità, della negoziazione positiva, in un gioco perverso di distruzione continua. Mentre abbiamo un’Italia piena di macerie, come dopo la guerra, e ci sarebbe bisogno di ricostruzione nazionale. Non di “leader gregari degli umori mutabili”.

 

Ma è proprio questa – secondo me - la teorizzazione della “nuova politica”. E’ il “teorema Salvini” del TG1 di qualche sera fa. E’ praticato in altro modo da 5 Stelle, che non ha votato nessuna delle leggi (perfettibili) per ridurre il disagio degli italiani, ormai per metà della legislatura: “dico quello che pensano i padri di famiglia” (quali?).

 

Politica come “followship” e non “leadership”. Se i padri di famiglia pensano: “basta con le tasse, aboliamo tutte le tasse”, “piove, governo ladro”, “tutta colpa degli ebrei”, “tutta colpa dell’Europa”, “tutta colpa degli immigrati”, “tutta colpa dei russi”, “tutta colpa dei cinesi”, o chiamano “vescovi comunisti!” quelli che dicono che bisogna trattare umanamente altri esseri umani, ecco che la comunicazione politica leghista e populista, amplificata da un corto circuito mediatico, cresce. E l’Italia va a fondo. E’ anche pià debole in Europa quando chiede e propone cose giuste. 5 Stelle e altri, se questo cresce troppo, creano altri fatti mediatici, che rincorrono l’opinione pubblica e gli umori targettizzando i diversi elettorati e disagi, anche in conflitto tra loro. La politica post-moderna berlusconiana l’aveva già inaugurato negli anni ’90, sul terreno dei bisogni, aiutata da Publitalia e dalle analisi scientifiche, precise come Google Map, dei gusti degli italiani. C’era un’idea e un sogno: consumista, che non era il mio. Che ha secolarizzato l’Italia. Non l’egoismo triste e violento dei populismi di oggi.

 

Ma così la politica muore. E la rappresentanza. Nessuna proposta, inquinamento del linguaggio e alla fine dell’ethos nazionale, fastidio che diventa aggressione quando esistono punti di resistenza come quello del pontificato di papa Francesco: il più lontano possibile dalla politica italiana, ma il più vicino possibile al disagio dei più deboli. Un pontificato, una predicazione e un esempio, nel quale il popolo ha dignità e cuore, e non solo rabbie e risentimenti.

 

Non sono nostalgico del gossip estivo e delle pagine sui misteri dell’estate. Ma c’è una trasformazione della politica e della comunicazione politica che trovo distruttive. Penso occorra porvi rimedio in maniera intelligente. Non connivente. Anche i media potrebbero ragionarci sopra, in maniera responsabile.

 

 

Mario Marazziti è presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei deputati

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