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piccola posta

Cari garantisti, andate oltre il voto referendario e volgete lo sguardo alle carceri

Adriano Sofri

Chi aveva a cuore lo stato di civiltà del proprio paese attraverso la condizione delle galere, non poteva rassegnarsi a quel voto. L'assalto vendicativo alle aperture penitenziarie condotto dal governo vigente e l'occasione data dal referendum ai giovani di impadronirsi di un monosillabo senza concedersi a un partito

Ho ascoltato ieri la relazione del Presidente Giovanni Amoroso alla riunione straordinaria della Corte Costituzionale, e il lungo dibattito con la stampa. Aveva un peculiare interesse, venendo a ridosso del referendum. Si è trattato anche di carcere, ribadendo piuttosto rapidamente, nella relazione, principii e raccomandazioni, quanto alla liberazione anticipata, e, nelle risposte, su punti più drammatici. In particolare, sull’annichilimento metodico delle pratiche educative, sociali, teatrali, informative, di rapporti con le scuole e con il mondo di fuori, in sostanza di tutto ciò che prova a dare un barlume di significato al famoso comma 3 dell’art.27, sul senso di umanità e la rieducazione tesa a favorire il reinserimento sociale. (Nelle stesse ore allevatori responsabili e animalisti manifestavano a Bruxelles nella Giornata mondiale per la liberazione dalle gabbie...). Amoroso ha risposto che la Corte non può interferire con provvedimenti attuati attraverso una circolare, com’è stato il caso dell’assalto vendicativo alle aperture penitenziarie condotto dal governo vigente: a meno che la questione sia trasposta dal piano amministrativo a quello giuridico. (È accaduto, però). Di fatto, mentre Nordio, nominalmente ministro, faceva volente o nolente il palo, la banda di Delmastro e dei sindacati oltranzisti della polizia penitenziaria adeguava il carcere, in cui proverbialmente l’aria già si misura a ore, al vanto di Delmastro sui nuovi mezzi di trasporto in cui i detenuti soffocavano. Bisogna impedire a questi corpi di respirare... Mostruosità così caricaturali nemmeno Hollywood le aveva previste. Il “sistema” penitenziario aveva avuto un effimero soprassalto democratico con la prima fase del governo Draghi-Cartabia, poi sopraffatto dalla forza d’inerzia e di cattiveria dell’abitudine e della burocrazia. (Il po’ di buono quanto a separazione delle funzioni venne da lì, e resta). Delmastro aveva auspicato la premiazione degli agenti torturatori di Santa Maria Capua Vetere, dove il governo precedente aveva speso le sue promesse.

Vorrei dire ai volonterosi e numerosi votanti garantisti per il Sì in nome della separazione delle carriere e della responsabilità dei magistrati, che chi avesse davvero d’occhio lo stato di civiltà del proprio paese attraverso la condizione delle galere non poteva rassegnarsi a quel voto. E i tentativi di aprire qualche spiraglio aggrappandosi a contraddizioni “in seno al nemico”, una visita a Rebibbia con Salvini, un comunicato congiunto con Tajani, erano già restati senza fiato, come i detenuti nei nuovi blindati di Delmastro.

Avevo un desiderio impossibile, in un simile referendum, che perdessero gli uni e le altre, le une e gli altri. Non avevo previsto in alcun modo il voto dei giovani. Non mi meraviglia: sono vecchio, e appartato. Non l’avevano previsto nemmeno altri che se ne gonfiano il petto, peggio per loro. Mi meraviglio del disappunto di quei garantisti del Sì che sento deprecare un ritorno di demagogia giovanilista e ruffiane debolezze affini. Tanti giovani – due su tre, come si calcola, nella fascia pertinente – che decidono di votare grazie all’occasione che la sicumera di un governo gli offre, di impadronirsi di un monosillabo senza concedersi a un partito, e di quel monosillabo in un mondo che non sembra autorizzare se non l’obiezione e la diserzione, sono una vera boccata d’aria, per restare al punto. E anche che l’appiglio sia diventato la Costituzione, senza il feticismo che ne proclama il ripudio della resistenza all’aggressione, è una buona notizia. La Costituzione è un risarcimento simbolico alla grottesca disuguaglianza contemporanea: ognuno ne ha una sua quota, e può rivendicarla uguale. Avevo scritto, prima del voto, della prepotenza di imporre una riforma costituzionale senza cercare alcun confronto con l’opposizione, che “solo una maggioranza di asini può agire così miopemente da fare da sé e avviarsi spensieratamente al referendum. Col risultato certo di assegnare a chi prevalga un potere squilibrato rispetto a quello che si intendeva riequilibrare”. Questo infatti l’avevo previsto.

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