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Piccola posta
Caro Dario, è ancora tempo di canticchiare che sempre allegri bisogna stare
Tanti Fo da ricordare, nel suo centenario. È ancora tempo di canticchiare che sempre allegri bisogna stare, diventan tristi se noi piangiam
Non c’è nessuno che non abbia il suo Dario Fo da ricordare e da raccontare. Io ne ho tanti. Siccome ci separavano sedici anni, che verso la fine si rimpiccioliscono ma all’inizio sono una vita, da ragazzo guardavo dal basso in alto un leggendario Dario Fo che aveva una leggendaria Franca Rame, e lui stesso non si capacitava di una simile fortuna. Più tardi, quando ero un giovane uomo (non si usava ancora chiamarsi ragazzi fino ai quarant’anni e oltre, secondo la scempiaggine a venire) li incontrai in carne e ossa. La politica rivoluzionaria aveva, o si illudeva di avere – per un po’ fu lo stesso – una sua vena artistica, e comunque conferiva un’investitura magnanima, cosicché ci si trovava improvvisamente accanto a quelle persone leggendarie come fra compagni di banco e di destino. Grande fraternità, grande solidarietà, grande generosità – da parte loro specialmente, che avevano già accumulato tanto di talento e di prestigio – e anche, naturalmente, grandi rivalità e diffidenze. Il programma era di dissodare il pianeta intero, e a ogni buon conto ciascuno recintava il proprio orto. Un po’, non tanto. Quando occorreva si stava insieme. Occorreva continuamente.
La generosità di Dario era travolgente perfino nelle circostanze più ordinarie: lo vedevate a colazione per combinare uno spettacolo e d’un tratto si metteva a slogarsi e improvvisare un monologo con tutta la trattoria a bocca aperta. L’impegno che ci unì di più, e ci rese più concorrenti, era quello per le galere: noi avevamo cominciato ad andarci, e fra poco, gloriosamente, anche Dario. La grande anima di quell’impegno dalla loro parte fu Franca, che diventò perciò un nemico pubblico, e quando una donna troppo bella e troppo ardita diventa un nemico pubblico si ricorre a maniere estreme, come si vide: è più forte di loro. Io e i miei amici ci tornammo, in galera, quando eravamo passati da tempo a miglior vita, o peggiore, e comunque diversa. Avemmo un altro nostro Dario Fo, un’altra nostra Franca Rame, a difenderci. Il nostro processo fu scandaloso. Dario e Franca per farsene un’idea lo studiarono e vennero nelle aule dei tribunali, a vedere coi loro occhi e ascoltare con le loro orecchie. Passarono tanti altri anni. Franca andò in Senato con Di Pietro, Dario si innamorò dei giovani di Casaleggio e Grillo e morì restando fedele a quella speranza. Scelte che non avrebbero potuto essermi più estranee, ma che non intaccarono di un millimetro il bene che volevo loro. Quando ricevettero il Nobel (infatti lo ricevettero in due, come Dario volle spiegare ai bravi signori di Stoccolma) promisero di usarne il premio per aiutarci, e ci affrettammo a spiegare che per fortuna non ce n’era bisogno. Fu un gran bel giorno: milioni di persone che avevano visto Dario su un palcoscenico furono semplicemente felici e orgogliose. Parecchi altri furono tristi, magari molto tristi, poche cose ci rendono tristi come l’invidia. E’ il centenario, ed è ancora tempo di canticchiare che sempre allegri bisogna stare. Diventan tristi se noi piangiam.