Foto Epa, via Ansa

piccola posta

Dalla memoria di Kerbala al presente del Medio Oriente

Adriano Sofri

Il sacrificio dell’Husayn ibn Ali vive ancora nell’identità dei duecento milioni di sciiti e nel modo in cui l’Iran guarda al presente: una religione del martirio che continua a parlare alla politica

Siegmund Ginzberg ha spiegato di nuovo, sabato (“La dittatura del martirio”) che cosa sia la Shi’a e quale posto decisivo continui a tenervi il ricordo e la commemorazione – come se fosse avvenuto il giorno prima – del martirio dell’imam Hussein a Kerbala, nel giorno di Ashura dell’anno 680, 48 anni dopo la morte del Profeta dell’islam. E ha avvertito del calco della figura di Hussein su quella di Gesù, come delle processioni di flagellanti dell’Ashura sulle Passioni cristiane. Hussein è l’erede di Mohammad, figlio della sua figlia prediletta, Fatima, che ne continua la strenua combattività ma con la vocazione al sacrificio di sé. Così che lo sciismo è, come il cristianesimo della crocefissione, la religione di uno sconfitto.

   

Ho incrociato Ginzberg in almeno un paio di punti delle sue vite romanzesche, a Pechino e nella Teheran del ritorno di Khomeini e della guerra con l’Iraq: del Park Hotel, degli inviati, delle spie, delle principesse sefardite, del caviale vietato e contrabbandato e dell’uovo fritto a peso d’oro. Cercavo di imparare, mi colpì una leggenda legata all’assedio di Hussein, della sua famiglia e dei suoi 72 compagni, da parte delle migliaia di armati del traditore Yazid che li avevano tagliati fuori dall’accesso all’Eufrate, li lasciarono languire e agonizzare di sete, e infine mozzarono loro le teste e le portarono infilzate sulle lance al califfo usurpatore. Era proibito viaggiare fuori da Teheran e dal fronte, con la scorta dei militari.  Nel novembre 1980, due mesi dopo l’inizio della guerra fra Iran e Iraq, assistetti di straforo, con la mia compagna e con il giovane grande Manucher, alla cerimonia dell’Ashura in un villaggio dell’interno. Il nostro ospite, un vecchio contadino, ci raccontò una variante della storia di Hussein, ricavata certamente da qualche tazieh, il dramma popolare che recita e rivive il cordoglio di Kerbala. Mentre Hussein, ormai solo e presso a essere ucciso, sta sulla soglia della sua tenda, passa un derviscio e gli offre pietosamente da bere. Hussein sorridendo scuote la testa, e mostra al derviscio, fra le dita aperte della mano, un intero mare azzurro. “E credi – dice – che mi manchi un sorso d’acqua?”.

 

Il racconto era molto bello, e ci fu un momento di silenzio. Poi chiesi al mio ospite se avesse visto il mare. “Mai”, mi rispose tranquillamente.

   

Intitolammo così, “Il mare fra le dita”, una monografia “instant” sull’Iran scritta a metà fra me e Carlo Panella, con le fotografie di Randi Krokaa. L’ho riletta, non mancano le illusioni sul corso della rivoluzione iraniana, e Panella per la sua parte se n’è scusato interminabilmente. Un argine robusto veniva però dall’attenzione decisiva alla libertà delle donne, il lascito recente e bruciante del nostro esaurimento politico. Ancora oggi, seppure compromesso da una madornale ipocrisia di turbanti, il culto tributato dai 200 milioni di sciiti al martire Hussein – Shahid, come il nome dei droni – è lo scoglio contro cui rischia di infrangersi l’assalto israelo-americano. La “strategia della decapitazione”, come la chiamano, e nessun interprete ha osato avvertirli che il loro venerato giovane Cristo e i suoi compagni furono, appunto, decapitati. Come il Battista. 

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