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Quanto è difficile stare dalla parte giusta, sul referendum come alla Biennale
Dalle urne al padiglione russo. La guerra tra buone ragioni contrapposte
Ci sono situazioni che pretendono una scelta drastica per il sì o per il no, e hanno invece buone ragioni (e forti torti) dall’una e dall’altra parte. E’ proprio oggi evidente per il referendum, e basta a confermarlo immaginare le parole e i gesti di alcuni dei promotori della parte che uscirà vittoriosa, qualunque sia. Ma non avverte forse il Gesù di Matteo “il vostro dire sia sì sì no no, il di più viene dal maligno”? Certo, ma nemmeno Gesù fu prigioniero dell’assolutezza, e avrebbe rovesciato i tavoli e le sedie del tempio se solo avesse orecchiato l’espressione “senza se e senza ma”. E anche l’asino – l’asina – di Buridano, nobile antenata degli astenuti elettorali, messa alla prova della realtà rovescerebbe senza un raglio la prassi sofistica e divorerebbe prima il mucchio di fieno a sinistra poi quello a destra, o viceversa, e si sdraierebbe felicemente a digerire. Tant’è vero che la regola prevede che la riforma della Costituzione passi dal referendum senza quorum solo quando le due camere non abbiano raggiunto anche nella seconda votazione una maggioranza dei due terzi. Dunque solo una maggioranza di asini può agire così miopemente da fare da sé e avviarsi spensieratamente al referendum. Col risultato certo di assegnare a chi prevalga un potere squilibrato rispetto a quello che si intendeva riequilibrare.
Ma questo era solo un preambolo, il mio preambolo per dire dell’altra situazione urgente in cui sembrano sussistere buone ragioni dalle due parti che hanno finito per contrapporsi con un aut-aut (o, come oggi spesso, out-out…). Cioè il padiglione russo alla Biennale veneziana. Le buone ragioni stanno da una parte nella rivendicazione della indipendenza della cultura e della più libera delle sue espressioni, quella artistica, dall’altra parte nella solidarietà con un paese la cui terra, il cui popolo e la cui cultura sono oggetto di un’aggressione sfrenata. Così formulata, l’alternativa può apparire senza soluzione che non sia una rottura. Però il diavolo ci ha messo la coda, e il padiglione non è destinato a ospitare “gli artisti russi” ma questi peculiari personaggi russi, che fin dallo scorso 13 marzo Anna Zafesova descrisse sulla Stampa, e da allora sono così riferiti dalle cronache più scrupolose: “A curare il progetto russo alla Biennale sarà l’Accademia della musica Gnesin, una poco conosciuta scuola statale dalla quale escono iniziative come i ‘canti dell’operazione militare speciale’. Ma soprattutto a garantire che il padiglione non diventerà un luogo di riflessione critica sulla guerra è la sua commissaria Anastasia Karneeva, figlia del generale Nikolay Volobuev, una vita nel Kgb e poi vicedirettore per ‘incarichi speciali’ di Rosoboronexport e Rostech, i monopolisti delle armi russe, e membro del cda del consorzio Kalashnikov. Laurea a Mosca e a Londra, moglie di un banchiere, Anastasia possiede l’agenzia SmartArt, che dal 2019 gestisce il padiglione russo a Venezia, insieme a un’altra moscovita di buona famiglia, Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Due personaggi che difficilmente possono permettersi una qualche autonomia, così come il loro sponsor, l’oligarca del gas Leonid Mikhelson, il secondo uomo più ricco della Russia, sotto sanzioni occidentali per aver finanziato il reclutamento di volontari da inviare in Ucraina”.
Il minimo che si possa dire è che al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, indubbiamente mosso dalla migliore intenzione, qual è quella di anticipare sul terreno dell’arte e della cultura la tregua e l’augurio di convivenza che si nega nel territorio della guerra e del massacro, è toccata una configurazione sfortunatissima: un fieno tremendamente indigesto del suo lato della mangiatoia. Forzo troppo le cose se ci vedo un’affinità con il referendum? (Per esempio, col largo masochismo che ha ispirato la designazione di certi “testimonial” del Sì e del No?) Forse però per Venezia c’è ancora, senza bisogno di furbizie, qualche riparo.