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Piccola posta
Spunti per dribblare la trivialità reciproca fra i fronti del Sì e del No
Dalla questione dell’affollamento nel carcere di Sollicciano fino al dietro le quinte dello stato e dei governi. Oltre le urne di marzo
Ieri, mentre toccava nuovi record la specialità degli omicidii mirati, la discussione sul referendum e il capitolo connesso della condizione delle carceri registrava qualche passo più dignitoso. Era successo che il presidente della Repubblica accogliesse gli agenti di polizia penitenziaria nell’anniversario della fondazione, e svolgesse un impegnato discorso sul personale carente, sui suicidi di detenuti che non diminuiscono, sull’inosservanza del dettato costituzionale per la rieducazione e il suo beneficio sociale, sul sovraffollamento aggravato dalla moltiplicazione di reati e pene: ne svolgeva una bella cronaca ragionata Damiano Aliprandi sul Dubbio. A Firenze, Sollicciano, la questione dell’affollamento e delle condizioni igieniche, sanitarie e materiali – l’ormai leggendaria lotta fra prigionieri umani e cimici e roditori, vinta per distacco dai secondi – ha indotto l’Ufficio di Sorveglianza a rivendicare dai giudici costituzionali, clamorosamente quanto ovviamente, sul ricorso di un detenuto, il differimento della pena per chi sia destinato a entrare in un carcere invivibile e incostituzionale. Ne scriveva ieri Andrea Pugiotto sull’Unità. Ancora ieri un ex magistrato “quarantennale”, Paolo Borgna, passato e ripassato dalla pubblica accusa al giudizio, ripercorreva in un denso saggio per l’Avvenire la vicenda del rapporto sempre eluso, fino ad accantonarlo, fra indipendenza della magistratura e legittimazione democratica.
Altri interventi arricchivano la denuncia della trivialità reciproca di tanta parte della campagna referendaria, che è ormai diventata un genere letterario. Coloro i quali proclamano che i sostenitori della tesi opposta sono poco meno che criminali e complici di criminali e comunque malvagi d’animo passano all’ingrosso in un’unica adunata di malviventi: maggioranza, forse. Fra gli interventi tesi a illustrare la posta tecnica, “non semplice”, del referendum ce n’era uno di Alfonso Celotto per la Stampa. Avevo appena ascoltato, nelle notti insonni di radio radicale, che il cielo e il Parlamento la conservino, la presentazione di una autobiografia di Celotto intitolata: “Oligocrazia. Il potere sono io”, Bompiani, in cui l’autore era accompagnato dal giornalista Giuseppe Salvaggiulo (1976), noto a queste pagine, e autore anonimo fra l’altro di un “Io sono il potere. Confessioni di un capo di gabinetto” (Feltrinelli 2020) che è l’incunabolo del semiomonimo libro di Celotto; e da Francesco Caringella (Bari, 1965), presidente di sezione del Consiglio di stato, prolifico autore di testi giuridici e anche lui di romanzi polizieschi. Docente di Diritto costituzionale, avvocato e romanziere recidivo, Celotto, Castellammare di Stabia 1966, raccontava soprattutto la propria ascesa dalla provincia (patria di Gava, peraltro) e da un’origine popolare (“nonno benzinaio e padre meccanico”, ricordati un paio di volte dai presentatori, così da far temere che fosse orfano di nonne e madre) a cariche istituzionali ingenti come quelle di capo gabinetto di una serie di ministeri e di consigliere legislativo di altrettanti, compresi Antonio Maccanico ed Emma Bonino, con la libertà di disdire per insofferenza personale alcuni di quegli incarichi prestigiosi e lucrosi.
Avvertito della presenza nell’uditorio di altri numerosi capi di gabinetto e simili, ho ascoltato con passione, perché non capita spesso ai cittadini profani e vecchi come me di sbirciare dietro le quinte dello stato e dei governi, se non nei romanzi russi così attenti alla Tabella dei ranghi. Ironica e spiritosa, benché molto amicale, la conversazione faceva immaginare che lo stato sia al punto di illuminare le sue camere oscure e aprire ai non addetti ai lavori. Il passaggio, nel volgere di un quinquennio, dall’anonimato – “Per la prima volta un capo di gabinetto…” – alla firma pubblicata e ostentata, è coinciso oltretutto con una esposizione di magistrati, procuratori e giudici alla rinfusa, senza precedenti, sicché ci si chiede se Gratteri sia un conduttore televisivo che fa anche il capo della procura di Napoli o viceversa, e sulla scia anche uno stuolo di usciti dal riserbo. “Il giudice ‘inaccessibile come una divinità dell’empireo’, celebrato da Piero Calamandrei, è una figura retorica che appartiene alla letteratura del passato. Questa mutazione non è colpa dei magistrati. Il ruolo del giudiziario oggi è diverso semplicemente perché è cambiato il mondo” – così Borgna. Il ruolo di chiunque. Naturalmente, bisogna stare in guardia. Dietro la trasparenza gli arcana imperii fanno festa. Però almeno giudici, pubblici ministeri, capi di gabinetto, generali e ambasciatori si saranno fatti conoscere, come già i papi, le cortigiane e i massaggiatori dei tennisti. E’ da noi che dovremo guardarci. Insegnare alle nipoti a non accettare caramelle dai conosciuti.
PICCOLA POSTA