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Lisistrata, l'amore ostinato di Lella Costa

Adriano Sofri

Al teatro Puccini di Firenze l’eroina di Aristofane torna con la regia di Serena Sinigaglia. Uno spettacolo che esalta l’amore, ancor prima della pace

Non più accompagnata dalla grandiosa messinscena dei teatri antichi, Lella Costa è venuta a presentare la Lisistrata sua e della regista Serena Sinigaglia al fiorentino Puccini, dov’è di casa. Con lei sei attrici e attori, Giorgia Senesi, Irene Serini, Pilar Perez Aspa, Francesco Migliaccio, Marco Brinzi e Stefano Orlandi. Bravissime, bravissimi, nei registri che vanno dal comico al malinconico. Al cambio di casacche e ruoli, anche, dal momento che la commedia “non è femminista, ma attenta al femminile”. Al centro dell’invenzione di Aristofane sta la trama: “Come si fa con la matassa: quando si imbroglia, la prendiamo così, ci infiliamo dentro il fuso, piano piano, ora da una parte ora dall’altra. Sbroglieremo lo stesso anche questa guerra, lasciateci fare”. “Abituate con la lana matasse e fusi, credete di sistemare cose tremende: siete pazze!”. “Se aveste appena testa invece, proprio con l’esempio della nostra lana dovreste governare!”. Questa volta mi ha colpito la risposta di Lisistrata, che sta persuadendo le compagne a negarsi, all’obiezione: “E se ci picchiano?”. “Stacci di mala voglia: in queste cose, c’è poco gusto, se sono fatte a forza. E… cederanno súbito, súbito! Un uomo non avrà piacere mai, se non ne procura anche alla femmina”. (Non ho la traduzione, più incisiva, dello spettacolo, di Emanuele Aldrovandi).

 

Uomini che facciano la guerra fanno malissimo l’amore e, soprattutto, viceversa. Un’ovvietà, tuttavia da questa distanza mi ha preso alla sprovvista, e anche le altre 600 persone del Puccini, così che abbiamo mancato l’applauso, e poi ci siamo rimasti male. Sono molte le cose inattuali, per fortuna, a partire dalla sopravvalutazione dell’uccello, la zucchina, e via traducendo – “il cazzo!”, nel nostro caso – decisamente ridimensionato, a differenza della sua antagonista. In apparenza, almeno, perché poi i file Epstein. Le giovani donne della commedia sono rimaste senza i loro uomini, mandati al fronte di guerre micidiali e infinite. Oggi giovanissime donne vanno in guerra con i loro coetanei maschi, come in Israele, o vanno e vengono nelle città svuotate di coetanei, come in Ucraina. Non ci sono vecchie donne che vadano a occupare l’Acropoli, che sequestrino il tesoro comune. Eppure la saggezza delle vecchie donne è incomparabile, perché sono state giovani, e perché non lo sono più. Lella Costa, Lisistrata, sta sulla scena come una protagonista, una regista, una suggeritrice, una messaggera, insieme distaccata e partecipe. Ha avuto un’idea, la più semplice e la più grandiosa, e ormai non se ne vanta più. Si vergogna che la sua idea sia ancora così ragionevole duemilacinquecento anni dopo.

 

Il 10 marzo del 1996 si è svolta a Sparta una cerimonia ufficiale, alla presenza del presidente Stefanopoulos, in cui i sindaci di Atene e Sparta (due uomini) hanno firmato il trattato di pace che mette simbolicamente fine alla guerra del Peloponneso, terminata nel 404 avanti Cristo. Quella di Aristofane e di Lisistrata. (Il trattato di pace fra le due Coree non è stato mai firmato: è in vigore l’armistizio, dal 1953). Di questo passo, verso il 4500 si firmerà il trattato di pace delle guerre correnti, ma bisognerà fare in modo di arrivarci. Del resto “Pólemos è padre di tutte le cose, re di tutte” – così Eraclito, un po’ prima di Aristofane. Lisistrata ha avuto un’idea e sta lì da allora, con la sua tunica arancione, con la sua speranza senza speranza di premio, senza diritto di voto e senza passione per gli affari su cui votano e litigano gli uomini. Il suo programma non è tanto “la pace” se non come condizione dell’amore, della gioia dell’amore.

 

Dell’amore per la danza: l’ultimo spettacolo di Lella Costa, un censimento vorticoso di donne valorose, raccolto da Serena Dandini, si intitolava con il proclama di Emma Goldman: “Se non posso ballare non è la mia rivoluzione”. Lisistrata era l’antenata: “Io non sarei mai stanca di ballare, / e nemmeno uno sforzo faticoso / mi farebbe piegare le ginocchia. / Voglio affrontare ogni difficoltà / insieme a queste donne valorose: / dentro di loro / c’è forza di carattere, c’è fascino, / c’è una coraggiosa improntitudine, / c’è la sapienza, c’è la saggia virtù / che prova amore per la sua città”. Presentando lo spettacolo, a Siracusa, Serena Sinigaglia aveva detto: “Il pubblico avrà voglia di andare a ballare, dopo”, e Lella, della sua andatura: “Col passo danzante delle donne”. Mi sono tornati in mente i versi di Theodor Storm che imparai perché erano citati nel Tonio Kröger, “Dormir vorrei, ma tu devi ballare”. La magnifica cronaca di un fallimento narcisista, il risvolto di un reclutamento prefettizio: partire partirò, partir bisogna – e tu vuoi ballare. Il pubblico non ha ballato, ma ha molto applaudito. La prima, al teatro greco di Siracusa, era andata in scena nel giorno del bombardamento sui siti nucleari iraniani. Quest’anno c’era solo l’incertezza della scelta. Per quanto sembri strano, o sproporzionato, nel calore degli applausi c’era una commozione speciale. Attrici attori spettatori e spettatrici che si erano divertiti, ed erano stanche di guerra, stanchissimi. (Io poi avevo certe mie ragioni, una tessitrice, nodi, chiodi).

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