LaPresse
piccola posta
L'Iran, l'Ucraina e il destino della forza maggiore
Il calibro della guerra mediorientale, che è arrivata dalle acque dello Sri Lanka a quelle di Cipro, ha surclassato quello dell’invasione russa di Kyiv. Ma spostare lo sguardo dove c'è più rumore significa lasciare, come ha scritto Nello Scavo, "che l'Ucraina diventi un rumore di sottofondo"
Guerra russa all’Ucraina e guerra mediorientale, che ancora si fanno concorrenza, diventeranno una cosa sola? Per economia, almeno? L’abominevole Trump ha vantato martedì di disporre – “mi è stato riferito” – di una scorta di armi “praticamente illimitata”. Sicché “le guerre possono essere combattute all’infinito”. Però, per non perdere l’abitudine, ha di nuovo lamentato che “Sleepy Joe Biden ha speso tutto il suo tempo e il denaro del nostro paese regalando tutto a P.T. Barnum (Zelensky!) dell’Ucraina – per un valore di centinaia di miliardi di dollari – e, mentre ha dato via così tanto delle armi più sofisticate (GRATIS!), non si è preoccupato di sostituirlo”. (Gli riassesta il soprannome di Barnum, che peraltro non fu un pagliaccio di circo ma un grande imprenditore). Forse non si accontenterà di non passare più armi, nemmeno a pagamento, all’Ucraina, ed esigerà che gliele restituiscano, come il ragazzino padrone del pallone. Ha anche ripetuto il ritornello secondo cui la pace in Ucraina lui l’avrebbe fatta da tempo, se non fosse per il “terribile odio” che divide Zelensky e Putin. Detta e ribadita così, poiché nessuno può immaginare che Putin si dimetta per favorire la pace, la frase vuol dire soltanto una cosa, quella opposta: che se si dimettesse Zelensky la pace diventerebbe possibile. Un’altra ordinaria infamia, che certo non sfugge a Zelensky, il quale ha scelto dal primo Studio Ovale in poi di fare orecchio di mercante. (A mercante simile!)
Tuttavia il problema esiste. Ancora martedì, il Corriere ha pubblicato due pagine di intervista di Lorenzo Cremonesi a Zelensky, molto interessanti. Solo in fondo Cremonesi solleva il problema più delicato: “Si candiderà alle elezioni?” Zelensky risponde eludendo: “La questione vera è: quando potremo avere le elezioni? Di sicuro saranno dopo la fine della guerra e non durante un cessate il fuoco temporaneo. E non sono affatto sicuro che mi candiderò, vedrò cosa vorranno gli ucraini”. Risposta variabile, che altre volte aveva evocato due mesi di tregua per tenere le elezioni e questa volta rinvia alle calende greche, ma anche a un esonero dalla decisione propria, in omaggio alla ipotetica volontà degli ucraini. Ho pensato da tempo, al riparo della piena irrilevanza delle mie opinioni, che comunicando di rinunciare alla ricandidatura Zelensky avrebbe sgombrato il campo interno dal sospetto di un suo attaccamento al potere, e avrebbe avuto mani e mente più libere sulle scelte decisive che incombono. La risposta a Cremonesi può invece far temere che le sue scelte vengano condizionate da un calcolo sulle conseguenze elettorali.
Intanto, il calibro della guerra all’Iran, che è arrivata dalle acque dello Sri Lanka a quelle di Cipro, ha surclassato quello dell’Ucraina. Da dove ieri scriveva Nello Scavo per l’Avvenire: “Da quando la guerra è deflagrata in tutto il Medio Oriente, nelle retrovie d’Europa si è rimessa in moto la più antica delle tentazioni: cambiare canale. Spostare lo sguardo dove l’incendio fa più rumore, dove le immagini sono più ’nuove’. E lasciare che l’Ucraina diventi un rumore di sottofondo, una sirena lontana, un’abitudine. E’ in quel momento che una guerra smette di essere un fatto e diventa un destino”. Così, la forza del destino. Il destino della forza maggiore.