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Piccola posta
Punti di vista di fronte al paesaggio d'oggi, sempre più gremito di doppie fotografie accoppiate
Tra la fine del regime a Teheran e la tragedia degli operai all'Ilva, la Storia espropria le persone comuni. Nell'era del "comitato d’affari" dei potenti, il punto di vista dell'individuo resta l'unica resistenza possibile e bisogna tenerselo stretto
C’è qualcosa di ricattatorio nella domanda sui giorni angosciosi, quelli che vengono iscritti nei ruoli della Storia, quelli che dopo niente sarà più come prima. Quando hanno rapito Moro, quando cadde il Muro, quando trapassarono le Torri Gemelle… Quando hanno ammazzato l’ayatollah Khamenei, 87 anni, appena in tempo per farlo partire da shahid. Succede di ricordarsene, di quei giorni, e anche di quelli felici, e succede anche di dimenticare dove si fosse. E’ la cosa meno importante, dove si era: un modo di difendersi dall’invadenza della storia, dalla sua usurpazione delle vite personali e dei suoi ripostigli. E’ singolare come l’espropriazione travolgente di qualunque incidenza delle persone comuni sulla storia, anche del suo ultimo resto elettorale – infatti, le persone si dimenticano di andare a votare – coincida psicologicamente col suo contrario: l’impulso a prendere parte, a prendere partito e ad azzuffarsi, a eventi dominati dall’arbitrio di attori smisuratamente lontani, piuttosto che a misurarne gli effetti, e provare a intravvederne le eventuali riparazioni, rispetto alla probabilità della catastrofe. Riuscire a sentire con la gioia di una ragazza di Teheran per il trapasso di Khamenei, o a valutare il colpo inferto al progetto della teocrazia sciita di dotarsi dell’atomica e dei missili da migliaia di km di gittata, senza simpatizzare o anche solo indulgere a Trump o a Netanyahu. Chiedersi, come chi non ha, sul punto e per il momento, alcuna voce in capitolo, se e quanto la ragazza di Teheran, dopo aver ballato nella sua camera e sciolto i capelli, sia più forte e più vicina a una liberazione, se e quanto il disegno demente e impudente di Trump di abolire la democrazia e le elezioni esca rafforzato o incrinato, se – qui la risposta è più facile – Netanyahu e la sua alleanza fascista e razzista abbiano stretto la presa sulla cittadinanza israeliana. Tutti senza voce in capitolo, per il momento, e sono tempi in cui anche un ministro della Difesa, grande e grosso, finisce fra gli oggetti smarriti. In giorni così, il resto si svaluta irreparabilmente e imperdonabilmente. Ieri Loris Costantini, 36 anni, operaio di una ditta di appalto dell’Ilva di Taranto, è precipitato da una passerella per più di dieci metri e ha perduto la vita, “lascia la moglie e due figli”, è l’ultimo. (Il penultimo, Claudio Salamida, 46 anni, operaio siderurgico, era morto 18 giorni fa pressoché allo stesso modo, precipitato da un ponteggio instabile, lasciando la moglie e un figlio di tre anni. Per ognuno, 24 ore di sciopero). Problemi di spazio, nel giorno in cui tre piloti di caccia Usa sono stati abbattuti – salvandosi – nel cielo del Kuwait, altro che dieci metri, probabilmente per fuoco amico. E, Storia a parte, un solo F-15 costa più di 100 milioni di dollari.
Ieri Maurizio Maggiani, lo splendido scrittore di cui mi vanto amico, ha scritto per la Stampa dov’era lui la notte in cui finiva il festival di Sanremo e si incendiava il medio oriente. Era in ospedale per un batticuore. Quando l’ho letto, era già fuori. Ma mi colpiva che nell’articolo avesse impiegato per tre volte l’espressione “intanto che”: “intanto che la capo infermiera spizzica un cracker…”, “intanto che in cucina la famiglia era attaccata alla radio…”, “intanto che sto scrivendo…”. Non può essere un caso, e del resto i casi la dicono lunga. Dunque, fossi stato il titolista della Stampa – che ce li ha bravissimi – avrei intitolato “Intanto che”: che a Sanremo, che all’Ilva di Taranto, che nelle notti d’ospedale, che all’Avana e a Caracas e a Città del Messico, che a Teheran e Dubai e a Gerusalemme, che a Dnipro e a Odessa… Si diceva una volta, con Karl Marx, che lo Stato è il comitato d’affari della borghesia. La borghesia, una sua intrepida parte, per lo più di nuovissimi ricchi, è andata molto oltre se stessa, e ha preso una distanza astronomica dal resto dell’umanità. E’ andata anche molto oltre i confini degli Stati. Sicché la terra intera è un comitato d’affari di un pugno di ricchi e potenti, straricchi e prepotenti, e il comitato ha rivelato per giunta di non mirare tanto a potere e ricchezza quanto al loro uso per stuprare bambine di tutto il mondo, intanto che punta a nuovi mondi. Alle persone resta sempre meno, finché resterà soltanto un punto di vista, e bisogna che se lo tengano caro. Un punto di vista non deve essere negato a nessuno. Di fronte al paesaggio contemporaneo, quello sempre più gremito di doppie fotografie accoppiate, prima e dopo il bombardamento chirurgico, il compound del grande ayatollah, la scuola delle bambine, quello che fa venir voglia di prolungare il ricovero e magari rassegnarsi a qualcosa per prendere sonno, il punto di vista ha una gamma fantastica. La tentazione più insidiosa è quella dello sciacallo: un’umanità in fuga o rintanata o seppellita nelle macerie, e i suoi averi, gioielli e ricordi, a portata di mano lesta.