Foto Lapresse
Piccola posta
Genocidio: un nome sul doppio binario della sua definizione giuridica e della sua accezione morale
Mentre i geometri del Consiglio della pace prendono le loro misure, dovremmo provare a sciogliere qualche nodo più vicino e più lento dell’irreparabile groviglio in cui ci siamo cacciati
E’ appena uscita la riedizione aggiornata della “Storia della Repubblica” di Guido Crainz, “L’Italia dalla Liberazione ad oggi, 1945-2026” (Donzelli), con un capitolo finale sugli ultimi dieci anni. E’ una buona notizia, ma ora ne scrivo per segnalare la citazione di uno dei libri meridionalisti – neoborbonici – di Pino Aprile, che ebbero, soprattutto “Terroni”, un forte successo una decina di anni fa. Questo si intitolava: “Fu genocidio: centinaia di migliaia di italiani del Sud uccisi, incarcerati, deportati, torturati, derubati”. Aprile impiegava il nome di genocidio in un’accezione pregnante, e paragonava la persecuzione piemontese alle stragi naziste, alle operazioni ‘antiterroriste’ dei marines in Iraq, ai campi di sterminio dell’Urss stalinista… Di recente, sulla scia della mostra fiorentina, avevo riletto nel saggio di Elsa Morante sull’Angelico, 1970, la frase: “Nel mondo del Beato non c’è stata ancora l’industria dei massmedia, coi suoi genocidii aberranti”.
Morante impiegava la parola con tutta naturalezza, come faceva ancora più radicalmente negli stessi anni, quelli del post miracolo economico e dell’avvento del consumismo, Pasolini. Per esempio, 1974: “La mia tesi… ha come tema conduttore il genocidio: ritengo cioè che la distruzione e sostituzione di valori nella società italiana di oggi porti, anche senza carneficine e fucilazioni di massa, alla soppressione di larghe zone della società stessa. Non è del resto un’affermazione totalmente eretica o eterodossa. C’è già nel Manifesto di Marx un passo che descrive con chiarezza e precisione estreme il genocidio ad opera della borghesia verso determinati strati delle classi dominate, soprattutto non operai, ma sottoproletari o certe popolazioni coloniali. Oggi l’Italia sta vivendo in maniera drammatica per la prima volta questo fenomeno: larghi strati, che erano rimasti per così dire fuori della storia… hanno subito questo genocidio, ossia questa assimilazione al modo e alla qualità di vita della borghesia”. Tanto radicale, l’accezione di Pasolini, quanto disinteressata all’esattezza giuridica; e del resto Marx aveva scritto quasi un secolo prima che la parola “genocidio” fosse coniata. Ieri un reel – mi sono imbattuto nei reels –- proponeva come attuale la replica di Brian Cox allo sceneggiatore frustrato John Cage nel film del 2002 Adaptation (Il ladro di orchidee): “Non succede niente nel mondo? Sei fuori di testa? La gente è uccisa ogni giorno. Genocidio, guerra, corruzione, every fucking day…”.
E così via, innumerevoli esempi quotidiani. Da quando esiste, il nome di genocidio è dilagato, sul doppio binario della sua definizione giuridica (1948) e della sua accezione morale, sicché raramente si è posto il problema della distinzione. E lo si è fatto pressoché solo per l’impellenza di ricorrere a una forza che arginasse o mettesse fine a un genocidio nel suo corso, o per la volontà di sanzionarne i responsabili.
Nella nostra tragica esperienza recente, il doppio binario ha fatto deragliare la cosa. Non c’era alcun fondamento per negare che quello che succedeva a Gaza – e succede ancora – fosse chiamato genocidio, nell’accezione morale del termine. E c’erano ragioni opposte, come sempre prima che intervenga non un’imputazione, ma un giudizio, per accogliere, dubitare o respingere l’accezione giuridica del crimine di genocidio. Se si fosse reciprocamente capaci di questa attenzione, ne guadagnerebbe l’umanità, per dir così. Non se ne è capaci, ed è molto umano. Un punto critico per gli uni e per gli altri dovrebbe però essere la peculiare accezione che prende il genocidio quando chiama in causa “gli ebrei”, così da compiacersi del meccanismo della vittima che diventa carnefice, e della rivalsa sul riconoscimento di Auschwitz. Non voglio dire che “abbiamo sbagliato tutti” – è così vero che bisogna rinunciare a dirlo. E comunque, c’è, o non c’è più, chi non ne porti alcuna colpa. Ma che, mentre i geometri del Consiglio della pace prendono le loro misure, dovremmo provare a sciogliere qualche nodo più vicino e più lento dell’irreparabile groviglio in cui ci siamo cacciati, ci hanno cacciati. Li abbiamo cacciati.