Foto ANSA
PICCOLA POSTA
"Fare il morto" in piscina e farsi vivi in mare
La vantata riduzione degli sbarchi e le sdegnate proteste per la magistratura che dissequestra bastimenti che tramano di soccorrere i naufraghi
Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare quando ho imparato a nuotare. Mi sembra di averlo saputo da sempre. Invece mi ricordo quando ho imparato a fare il morto. Che non voleva dire stare a galla, ma starci in un modo speciale, e provarne le variazioni, fino alle mani incrociate dietro la testa e gli occhi chiusi, e sentirsi così sicuri da cercare di addormentarsi. E l’espressione, “fare il morto”, non aveva mai avuto niente di lugubre, si era dimenticata dell’origine, suonava al contrario affabile, leggera.
Ieri ennesimamente ascoltavo Sergio Scandura, leggevo Vittorio Alessandro, guardavo le figure degli avanzi di corpi che la ventura delle correnti, a ridosso del ciclone Harry, sospinge fino all’arrivo alle coste di Sicilia e di Calabria, quelle della prossima estate, l’Estate del Ventisei. Fanno rima, Tropea, Scalea, Amantea... E poi Pantelleria, Paola, San Vito lo Capo, Trapani, Marsala, e, così poetico, il Lido di Nausicaa… Leggevo che il conto dei disseminati a fare il morto tra Sfax e il mare nostro è tale da incidere sulla vantata riduzione degli sbarchi. E da coincidere con le sdegnate proteste per la magistratura che dissequestra bastimenti che tramano di soccorrere i naufraghi. Di farsi vivi con loro.