Google creative commons

Piccola Posta

Sul saggio italiano e sul tentativo di fissarne i confini

Adriano Sofri

Berardinelli e Marchesini hanno presentato al Gabinetto Vieusseux il volume sui “Saggisti italiani del Novecento” ricordando i due classici inarrivabili: le "Operette morali" di Leopardi e la "Storia della letteratura italiana" di De Sanctis

Scrive Alfonso Berardinelli che “alle spalle del saggismo italiano del Novecento abbiamo due classici inarrivabili, le ‘Operette morali’ di Leopardi e la ‘Storia della letteratura italiana’ di De Sanctis…”. Ogni tanto Firenze ha un soprassalto, o due. Martedì mattina, 17 febbraio, alla Biblioteca Nazionale Centrale, voluta nel 1861 da Francesco De Sanctis ministro della Pubblica Istruzione, si presentava al pubblico l’edizione dell’Almagesto latino di Tolomeo sulla quale un giovane studioso milanese, Ivan Malara, ha scoperto preziose annotazioni di mano di Galileo (ne ha scritto qui Armando Massarenti). Nel pomeriggio Berardinelli e Matteo Marchesini presentavano il loro famoso volume sui “Saggisti italiani del Novecento” (Quodlibet) al Gabinetto Vieusseux, luogo per eccellenza leopardista (benché al suo tempo si trovasse a 100 metri dal Palazzo Strozzi odierno). E benché, anche, con interventi pressoché tutti maschili, la seduta è stata brillante, grazie agli autori, ai presentatori, Michele Rossi e Franco Contorbia, e gli intervenuti, come un Marino Biondi fermamente deciso a negare al saggio qualunque definizione che vada oltre ciò che non è e non vuole essere.

 

L’elusività e la varietà delle definizioni, o almeno il tentativo della fissazione dei confini (Contorbia), permette una pesca a sua volta sconfinata, al di là di quella già generosissima dell’antologia: “Millequattrocento pagine!”, ha sospirato una signora accanto a me. Marchesini lo anticipava nel suo saggio sui saggi: “Il territorio saggistico sembra non avere contorni definiti: vi si avanza, e il confine si sposta come la linea dell’orizzonte”. A fare da rischiose sentinelle stanno D’Annunzio e Croce. Del quale, dice Contorbia, l’autobiografia sembra piuttosto una bibliografia. Non c’era, altri impegni, Alfonso Musci, che pure è di casa, e che si impegnò a leggere nel "Contributo alla critica di me stesso" e in altri scritti che sembrano far risaltare “l’abolizione del sé”, un’autobiografica angoscia domestica. Berardinelli, dopo che una avventurata signora aveva voluto menzionare Heidegger, imperdonata, ha evocato l’esemplare Kierkegaard del Diario, facendo ricordare il Diario suo e di Piergiorgio Bellocchio, 1985-93. 

 

Mi è sembrato di ricavare da un passaggio di Berardinelli sulla “naturalezza”, oltre che sulla circostanza, dalla quale viene fuori il saggio, l’eventualità che avvenga dei saggisti, almeno alcuni, come dei nativi di Pascarella, che erano americani e manco lo sapevano. Marchesini ricorda l’aneddoto, se non vero ben trovato, su Manganelli, che “scrivesse tutto in una prima stesura ‘media’ e poi la manganellizzasse”. Così succede a lui, o ad Arbasino, che “prima di mostrarci qualunque oggetto lo hanno già arbasinizzato o manganellizzato”. Potendoselo permettere, come non avviene di chi dopo o prima di accostarsi a qualunque oggetto lo pasolinizzi o lo ferronizzi, senza chiamarsi Ferroni né Pasolini. (La concorrenza attuale dell’AI al saggismo e in generale a ogni scrittura e oratoria sta qui, nel tizizzare e caizzare lo stile di qualunque Tizio e Caio, stupiti e lusingati del risultato).

Di più su questi argomenti: