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Piccola posta

Zelensky ha i tempi stretti e gli alleati in scadenza. Mentre Putin gode della calma dei regimi 

Adriano Sofri

Il 73enne presidente russo può contare di disporre di tutto il tempo che gli resta senza congedi anticipati, mentre in Europa la fine dei mandati dei principale leader che sostengono l'Ucraina si avvicinano. La democrazia mette in gioco la mortalità elettorale contro quella biologica

A Monaco, Zelensky era, o aveva deciso di mostrarsi, più sicuro di sé. E spiritoso. Dopo aver detto che una tregua di due mesi avrebbe permesso di tenere le elezioni in Ucraina, ha aggiunto che la tregua avrebbe potuto permettere anche che si tenessero le elezioni in Russia. In un’altra occasione ha rivendicato di essere “un uomo libero, e più giovane di Putin”: “E’ importante. Lui non ha molto tempo. Grazie a Dio, non ha molto tempo”.

E’ vero, naturalmente. Putin ha 73 anni, Zelensky 48. Il calcolo sarebbe presto fatto, se non ci si mettesse di mezzo la democrazia. Da quando Trump ha messo sé e gli Stati Uniti al servizio di Putin, la resistenza ucraina fa affidamento sull’Europa, buona parte dell’Unione e il Regno Unito, il cui premier, Keir Starmer, ha detto molto schiettamente che la Brexit è stata una iattura e che il suo tempo è finito. Gran riconoscimento, da festeggiare di cuore, però Starmer, la cui scadenza elettorale normale sarà nel 2029, ha sul collo il fiato delle carte Epstein, dello sfacelo della famiglia reale, e dei sondaggi di Farage. La democrazia mette in gioco la mortalità elettorale contro quella biologica. Il 73enne Putin può contare di disporre di tutto il tempo che gli resta senza congedi anticipati. I governi europei hanno i mesi e gli anni contati, se non i giorni, quando sbattessero contro crisi improvvise. L’Ungheria di Orbán va al voto il prossimo aprile, e voglia il cielo, e gli elettori e le elettrici ungheresi, che il diavolo se lo porti. Quest’anno sarà anche la volta di paesi più importanti della loro dimensione geografica e demografica, come la Danimarca e la Svezia. Nel 2027 sarà la volta di Italia, Spagna, Francia e Polonia. La Germania, salvo incidenti, arriverebbe al 2029. Dunque, qualunque sia l’età delle e dei governanti europei, la loro eventuale mortalità politica è più ravvicinata di quella di Vladimir Putin e di qualunque altro dittatore.

Più drammaticamente incalzante è la scadenza politica dello stesso Volodymyr Zelensky. Il quale ha superato il 20 maggio 2024 il proprio mandato ordinario, e lo protrae da allora del tutto legalmente, per l’impossibilità di fatto e di diritto di tenere le elezioni in tempo di guerra e di legge marziale. Dunque il certo vantaggio della sua età rispetto a quella di Putin, ben 25 anni, potrebbe politicamente annullarsi già alla prima consultazione elettorale in Ucraina. Questi calcoli non sono un passatempo: progettando il futuro proprio e del proprio paese, Zelensky e le altre personalità civili e militari responsabili dell’Ucraina devono misurarsi con la tenuta degli alleati internazionali – dopo il tradimento disgustoso della presidenza di Trump – che non riguarda solo la loro volontà, ma la loro democratica caducità. Tanto più che i partiti rivali dei governi finora impegnati al sostegno dell’Ucraina fondano gran parte delle loro chances sulla sua liquidazione.

Tutto ciò è ovvio. Lo è meno, se ci si chiede come influenzi tempi e modi della posizione negoziale ucraina, una volta che davvero il negoziato fosse perseguibile: cioè anche dalla Russia. La presidenza e la leadership ucraine non hanno le mani libere: dipendono dalla solidarietà internazionale, e, in più condizioni, dal consenso interno. Da quello dei combattenti, il cui numero è insufficiente e le cui forze sono esauste. Da quello dei reclutati a forza, che sono la più dolorosa spina nel fianco del paese e del suo morale, come si chiama. E da quello dei civili restati in patria, a loro volta esausti o intransigenti rispetto alle concessioni da fare per raggiungere una tregua e un armistizio. Si aggiungano le rivalità fra partiti e personalità pubbliche concorrenti, in un paese che vuole rispettare regole democratiche. Così stanno le cose, mi pare, a nemmeno una settimana dal quarto anniversario dell’aggressione russa. Quella che in una settimana, o meno, doveva concludersi trionfalmente.

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