Dietrich Bonhoeffer, pastore luterano morto impiccato nel 1945 nel campo nazista di Flossenbuerg (foto Getty)
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La scelta fra guerra e pace non sfugge a contraddizioni, neppure per la Chiesa
Dai primi interventi di Papa Benedetto XV all'esperienza di Dietrich Bonhoeffer, il pastore luterano morto impiccato nel 1945 in un campo nazista. Ripercorrere le posizioni progressivamente assunte da diverse personalità cristiane attraverso un libro del vescovo Roberto Filippini
Ho sottomano libri sulla pace e la guerra, chissà che non bisogni rimediare al binomio. Varii: i Vangeli, ed Erasmo, “La guerra piace a chi non la conosce”, Sellerio 2015. Il vasto e aggiornato catalogo: “Pacifismi. Storia plurale di un’idea controversa”, di Roberto Della Seta, Mimesis 2025. Appena ristampato, Jean Giono, “Mi rifiuto di obbedire”, col controcanto di Giuliano Ferrara, Einaudi. E intanto leggo Roberto Filippini, che è un sacerdote cui sono legato – nel frattempo è stato vescovo ed è emerito – e torna su un testo di dieci anni fa che raccoglieva i suoi pensieri sul rapporto fra il Discorso della montagna e le situazioni concrete che un cristiano, e un umano in generale, si trova ad affrontare: “Il Vangelo della pace. Caso serio di credibilità” (Pazzini ed.). Introducendolo, Enrico Peyretti muove da un “incrocio di due doveri”, “Non uccidere, ma difendere chi sta per venire ucciso”, che è “la croce della pace”. Filippini ripercorre le posizioni progressivamente assunte dalla Chiesa e da personalità cristiane. Rievocando il Conclave celebrato nei primi mesi della “grande” guerra, agosto 1914, cita le parole dell’oratore “de eligendo pontifice”: “La causa della guerra… risiede nei mali che la società si è procurata, avendo abbandonato l’unico fondamento su cui basare l’ordine e l’autorità, cioè la religione cristiana”. (Che costringe a domandarsi come evitare la guerra in luoghi della terra in cui non vige la religione cristiana, e fra persone della terra che non siano credenti).
La guerra era ancora giudicata come una punizione divina dell’allontanamento dalla fede operato dalla Rivoluzione francese. Nei suoi primi interventi, il Papa Benedetto XV “arriva a equiparare la punizione della guerra a quella del 1908 con il terremoto di Messina”. Più avanti, senza rinnegare la dottrina tradizionale della “guerra giusta”, il Papa rifiuta di sostenere l’una o l’altra parte, fino a rivolgersi “ai capi delle nazioni”, nell’agosto del 1917, auspicando il disarmo e la sostituzione degli eserciti con un arbitraggio delle controversie fra gli stati, e deprecando quella che “ogni giorno di più apparisce inutile strage”. Al contrario, gli episcopati dei paesi in guerra si schierano con i loro stati: “Non possiamo, per il momento, aderire ai vostri appelli di pace”. Una contraddizione che si ripete oggi nella guerra mossa dalla Russia all’Ucraina e nell’impossibile equidistanza. Di quell’annuncio di disobbedienza (era del primate di Francia) le parole decisive stanno nell’inciso “per il momento”. Disarmo, pace, Discorso della montagna, sono aspirazioni limpide – tolti i fanatici, che peraltro vanno forte, delle guerre di religione – ma con quella riserva: “per il momento”, non sono possibili. Anzi, “per il momento”, significherebbero un tradimento: della lealtà verso l’autorità costituita, verso Cesare, verso la difesa del proprio gregge… Vent’anni dopo l’inutile strage, alla campagna d’Etiopia, si leggeranno sulle riviste dell’Università Cattolica e dei gesuiti apologie della guerra giusta, sbocco necessario alla pressione demografica, via di espansione della civiltà cristiana, grazie alle armi del regime. Filippini fa tesoro della propria esperienza di cappellano del carcere per richiamare l’inquadramento militare della malavita organizzata, per la quale “l’obbedienza è una virtù, come per lo stato”, e fa interrogare drammaticamente “su qualsiasi logica militare”.
Poi passa a trattare l’esperienza, cui è specialmente attaccato, di Dietrich Bonhoeffer, il pastore luterano morto impiccato nel 1945 nel campo nazista di Flossenbuerg. Educato in un ambiente alto-borghese prussiano e luterano, Bonhoeffer trarrà dall’esperienza americana (1930) e dalla riflessione sulla Bibbia e sul Discorso della montagna una profonda conversione verso l’ecumenismo e l’impegno radicale contro la guerra: “Opera ostile a Dio e negazione del mondo uscito dalle sue mani… All’obiezione che la guerra crea la pace, la Chiesa risponde: ma tu non devi uccidere… Alla domanda ‘che cosa devo fare?’, la Chiesa risponde: abbi fede in Dio e sii ubbidiente”. (Ubbidiente a Dio: l’altra obbedienza non è una virtù). Studia Gandhi, progetta un viaggio indiano, propone un concilio che condanni la guerra e aiuti a sventarla. Sorvegliato dalla polizia, chiuso di forza il suo seminario nel 1939, rifiuta di riparare negli Usa e aderisce alla cospirazione contro Hitler. “In Germania i cristiani dovranno affrontare la terribile alternativa di volere la fine della loro nazione perché sopravviva la civiltà cristiana, o di volere la vittoria della loro nazione e la distruzione della nostra civiltà. Io so quale devo scegliere”. “La scelta della congiura lo trovò coinvolto in operazioni militari con perdite di vite umane, fino a collaborare all’attentato a Hitler che lo porterà al patibolo”. Filippini si impegna a interpretare questa lancinante evoluzione. “L’etica della responsabilità per Bonhoeffer non è un’etica in cui il fine buono rende buono un mezzo colpevole. L’assunzione di un metodo violento mantiene per lui tutta la carica di drammatica colpevolezza e va quindi rimessa nelle mani di Dio: chi si assume responsabilmente una colpa, e nessuna persona responsabile può evitare di farlo, attribuisce a se stesso e a nessun altro tale colpa, paga per essa e ne risponde… Davanti agli altri uomini, l’uomo della libera responsabilità è giustificato dalla necessità, davanti a se stesso è assolto dalla propria coscienza, ma davanti a Dio egli spera solo nella grazia”. (E anche qui, di fronte a un così drammatico groviglio, l’altra domanda: E chi non crede in Dio? Perché non è vero che: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”). Vado oltre, per arrivare a una (inconclusiva) provvisoria conclusione: “L’impegno inderogabile di difendere i diritti fondamentali di tutti, e in primo luogo la vita dei deboli e degli innocenti, può portare a compromessi strazianti… Qualsiasi strada si scelga, lascerà insoddisfatti e feriti, rilanciando comunque, per ciascuno e per le Chiese, il valore davvero non negoziabile [corsivo mio] della fedeltà al Vangelo della pace che sta al cuore dell’esperienza cristiana”.
Mi fermo qui, soltanto alla premessa dello svolgimento di Filippini. L’ultimo periodo suona accoratamente consolatorio, e contraddittorio della constatazione sui “compromessi strazianti”. Come si sa, anche la nonviolenza di Gandhi conobbe l’ammissione, e anzi l’auspicio, di eccezioni, e la denuncia della “viltà”. Quello che voglio dire è che l’urto, fra un principio – la pace, l’amore per il nemico e la preghiera per i persecutori – e la realtà come di volta in volta si presenta, non è mai “non negoziabile”, salva la scelta del martirio proprio e soprattutto altrui – di altri che non l’hanno scelto. La contraddizione accettata da Bonhoeffer, lo stato di necessità rispetto agli altri, l’assoluzione nella propria coscienza, e però la colpa di fronte a Dio, è forse la forma più nobile presa dalla più ignobile deroga relativa, espressa in quel “per il momento”. Ricorda Filippini che anche Agostino, il quale “non ammette l’autodifesa personale: il cristiano deve accettare di farsi uccidere piuttosto di uccidere chi lo assale. Ma la difesa dell’altro, e soprattutto del debole, della vedova, dell’orfano, del vecchio”, è altra cosa. Dov’è peraltro un paradosso: come si fa a non considerare se stessi come un altro, un compagno da proteggere – non per egoismo, ma per la causa superiore – salvo consacrare il martirio, come un fine da cercare? Oltretutto, la legittima difesa non si esaurisce nel diritto alla autodifesa personale: “La legittima difesa vale anche quando si difende un’altra persona, art. 52 del Codice Penale”. E anche Agostino, di fronte al sacco di Roma da parte di Alarico, 410 d. C., fu così sconvolto da persuadersi che non bastasse la preghiera.
Il punto dunque si ripropone ogni volta, per quanti passi compia il ripudio della “guerra giusta”, la constatazione della minaccia di annientamento dalle nuove armi, la fedeltà tentata al sermone della montagna. Se un principio è costretto a cedere ogni volta – meschinamente o magnanimamente – alla prova dei fatti, che cosa si deve fare dei fatti e del principio? Eravamo arrivati là, a Francesco in volo: “Dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo: fermare. Non dico bombardare, fare la guerra: fermarlo”. Già. La riflessione di 10 anni fa – che certo già si misurava con l’Isis, con la Siria, con la “guerra a pezzi” – come sta al nostro anno, all’Ucraina, a Israele e Gaza e la Cisgiordania, all’Iran, al Sudan, a Hong Kong? E agli anni a venire?