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Piccola Posta
Jessica Prim e gli altri di QAnon, che stavano già leggendo gli Epstein Files
Il libro dei Wu Ming racconta della teoria cospirazionista sulla setta che allevava milioni di bambini sottoterra, per violentarli, torturarli, berne il sangue. A eccezione delle parti in scena e di qualche eccesso di immaginazione, sembrano i fascicoli sulle attività criminali del finanziere americano
Mi succede spesso di perdere gli inizi di una nuova parola e del nuovo epocale rivolgimento che trascina seco, e mi dico: pazienza, non posso più star dietro a tutto, poi a volte mi sforzo di recuperare, perché vedo che quelle novità invece di passare presto, come certe febbri di stagione, durano e si incarogniscono. Succede con la cancel culture, con l’intelligenza artificiale, col Festival di Sanremo (non con il MeToo né con Black Lives Matter, quelli li ho seguiti dal principio). E mi era successo con QAnon, non ne avevo voglia, era troppo, avevo passato una vita a studiare la paranoia e le teorie del complotto. Poi dovetti ammettere che non passava, e avevo bisogno di correre ai ripari. Mi buttai su un libro dei Wu Ming, fui subito conquistato da un episodio, che era allarmante e delirante, ma soprattutto commovente. Questo:
“Fino ai primi di aprile del 2020 Jessica Prim, trentasettenne di Peoria, Illinois, danzatrice e stripper col nome d’arte Nikita Steele, non aveva mai sentito parlare di basi sotterranee, satanisti, pedofili, bambini schiavi, adrenocromo: nulla del genere. Scoprire quella realtà le aveva spalancato gli occhi e dato una nuova ragione di vita. Si era messa d’impegno a fare ricerche, condividendo video e altri materiali, dedicandosi sempre più alla causa: denunciare l’orrore, il traffico di bambini da parte della Cabal, la società segreta che controllava gli Stati Uniti e mezzo mondo. Il 27 aprile Trump in persona l’aveva designata per una missione. La missione. Quel pomeriggio Jessica stava seguendo lo streaming di una conferenza stampa e Trump si era rivolto direttamente a lei, l’aveva indicata col dito e le aveva detto: ‘Please go ahead’. Lei aveva annuito. Era stato un momento biblico: Mosè sente la voce di Dio nel roveto ardente. La chioma del presidente in effetti poteva sembrare in fiamme. Due giorni dopo, mercoledì 29 aprile, Jessica aveva scritto su Facebook: ‘Hillary Clinton e la sua assistente, Joe Biden e Tony Podesta devono essere fatti fuori in nome di Babilonia! Non posso essere liberata se loro restano in giro. Svegliatemi!!!!!!!!’. Poi era salita sulla sua Toyota Tundra ed era partita per New York. Il telefono fissato al cruscotto aveva trasmesso il viaggio in diretta su Facebook e annunciato il suo intento: ‘Far fuori Joe Biden’. Era convinta di poterlo trovare a New York. Poche ore dopo una pattuglia aveva fermato la Toyota su un vialetto di servizio del Hudson River Park, nei pressi del molo 86, dove era all’ancora la nave museo US Intrepid. Jessica era in stato confusionale. Nel video dell’arresto faceva tenerezza: scossa da brividi, magra, le ciocche bionde che spuntavano da un berretto nero. ‘Ho tanta paura!’, gridava tra i singhiozzi. Un agente le diceva di calmarsi e spegnere l’auto. ‘I’m so scared’. ripeteva lei. Jessica aveva confuso l’Intrepid con la nave ospedale Comfort, quella dove l’esercito aveva portato i bambini talpa di Central Park. Anche lei voleva essere ricoverata. ‘Help – aveva urlato agli agenti in lacrime – I think I am the coronavirus’, penso di essere il coronavirus. Tutto sempre in diretta su Facebook. La polizia aveva trovato sulla Toyota 18 pugnali. ‘Avete sentito di quei bambini?’, aveva chiesto Jessica agli agenti mentre la ammanettavano”.
Ecco. Il libro raccontava già di Epstein, le sue condanne, la sua dubbia morte in carcere, la sua frequentazione con Clinton, che aiutava a credere che dietro il suo smascheramento ci fosse Trump, intenzionato a farla finita con la setta che allevava milioni di bambini sottoterra, per violentarli, torturarli, berne il sangue – e ringiovanirne. Be’, salve le parti in scena e qualche eccesso di immaginazione, c’eravamo. Jessica e compagni stavano leggendo, da destra a sinistra, e neanche tanto, i 3 milioni e mezzo di pagine, 20 mila video, 180 mila fotografie, dei file di Epstein. Come noi tutti oggi, nella Seconda Età di Trump e del mondo degli uomini veri, e non mettiamo neanche in moto una Toyota con 18 scimitarre nel bagagliaio.