Foto ANSA
Piccola posta
In morte di Carlo Cecchi. Un acrobata bellissimo e scontroso sul filo del palcoscenico e della vita
Abitava solidamente sulla scena, e non lasciava la propria vita in camerino. Era nato a Lastra a Signa nel 1939, ed è morto solo, nella notte del 24 gennaio, alla vigilia del suo compleanno. Un ricordo
Carlo Cecchi era scontroso, e aveva un sorriso disarmante. “Era bellissimo”, e da vecchio ancora di più. I suoi amori, riservati, stavano piuttosto fra “gli analfabeti” per cui Elsa Morante scriveva, e che “adorava”, scegliendo lei per sé altre estrazioni.
Carlo Cecchi è morto solo, nella casa di Campagnano, nella notte del 24 gennaio, alla vigilia del suo compleanno. Le circostanze non lasciano dubbi, un malore, una caduta. Altrimenti si sarebbe potuto dubitare. Lo si è descritto come un funambolo, un’immagine tolta da Jean Genet e ripresa da Cesare Garboli, che dà il titolo alla più esauriente monografia, quella di Chiara Schepis, “Carlo Cecchi funambolo della scena italiana” (2015). L’acrobata sul filo, in bilico tra due vuoti: che Carlo fosse a rischio è un fatto. Certo abitava solidamente sulla scena, e non lasciava la propria vita in camerino. Camminava su un confine, compreso quello tra la vita e la morte. Faceva tutto sul serio. C’era stata a un certo punto un’esasperazione reciproca, fra Elsa Morante e lui, il miglior amico, la migliore amica, spinta a una sfida a farla finita, li portò a interrompersi, lei ci provò davvero, fu salvata, più tardi tornarono a starsi fiduciosamente accanto. Lui, con Tonino Ricchezza, Lucia Mansi e Daniele Morante, fu il suo erede: non resta più nessuno, ma il patrimonio letterario di Elsa, i suoi oggetti e lo studio ricostruito, sono al sicuro alla Biblioteca Nazionale romana. Lui e Tonino dispersero le ceneri di Elsa al largo di Procida, l’isola di Arturo – era ancora illecito.
Un anno fa Andrée Shammah, altra amica del cuore, compagna di scena e di viaggi, gli fece festa per il compleanno, invitati contati esattamente sulle dita di una mano. L’avrebbe rifatto, Carlo stava preparando con lei per il teatro Parenti milanese, che era ormai il suo, il testo di Anat Gov, Oh Dio mio!, tradotto dalla Giuntina (2016). Tre personaggi: Ella, psicologa e madre single, Lior, figlio di 12 anni, autistico, e Dio. Carlo Cecchi era Dio, finalmente. Ne era felice. Ho visto la prova di una scena. Lui si tiene la testa bassa tra le mani, i famosi capelli bianchi cascati a coprirgli la faccia, piagnucola, singhiozza, chiede scusa, pianga pure, dice lei, fa bene, succede a tanti, “Ma io sono…”, “A maggior ragione. Che cosa le succede?”. Lui tira su la faccia e dice, deciso: “Voglio morire”. “Morire”. “Morire”. Lei: “Perché morire?” (e ride). “Che cosa c’è da ridere?” – Ha una faccia severa, offesa. Ecco, alla fine di questo dialogo ero sicuro che Carlo Cecchi non avesse mai avuto una così forte voglia di vivere, e proclamare al suo pubblico: “Voglio morire”. Forse aspettava da tanto questa parte, forse ha pensato che lo stato del mondo ne facesse il momento giusto. Che presentasse il conto a Dio, o a chi ne facesse le veci: un Dio desideroso di tornare sui suoi passi. (C’era un altro desiderio da rimpiangere nella sua agenda: il Filottete).
Era nato a Lastra a Signa, nel 1939, da un padre bello, che morì quando lui aveva dieci anni, e una madre modista, che provava su di lui i suoi cappelli e lo portava a Parigi. A diciott’anni andò a Roma, mancò la prima ammissione all’Accademia, riuscì alla seconda, rinunziò insieme a Gianmaria Volonté a sopprimere Orazio Costa, e intanto si era fatto napoletano, con l’accento di quegli attori, Beniamino Maggio, Angela Luce, poi di Eduardo – di Tina Pica, anche. Diventò l’amico del cuore di Elsa Morante nel 1965, quando era alle prese con un tempestoso Woyzeck. Lei lo esortò – deve averglielo comandato, non esortava – a mettere su un proprio teatro, e lo chiamò Granteatro, il Piccolo c’era già. Era anche colto, coltissimo, Cecchi. Era stata sua, nel 1964, la prima riduzione del Vicario di Hochhuth, che mobilitò battaglioni di polizia. Di Cesare Garboli fu amico: Garboli traduceva sulla sua misura Molière e Shakespeare, memorabili Tartufo e Amleto, collaborava fervidamente alle realizzazioni, fu tentato di farsi attore, e anche lui designò Carlo a suo erede. Le sue ultime parole furono per lui, avrebbe dovuto dirgli una cosa molto importante, su Dante, forse… L’impressione che Carlo Cecchi sia stato ammirato, temuto e comunque sempre appartato nel mondo teatrale e culturale – confermata da certe distrazioni di questi giorni – contrasta con la ricchezza e la varietà delle sue relazioni. Lavorarono con lui e gli furono amiche Dacia Maraini – per la messinscena di Ricatto a teatro, 1968, l’intera troupe fu arrestata per quattro giorni a Montepulciano, “c’era una scena sadomaso con un battipanni…” – Fabrizia Ramondino, Patrizia Cavalli, poi Ippolita Di Majo. E Carlo Ginzburg, Goffredo Fofi, Carlo Cirillo, Mario Martone, Giorgio Agamben, Paolo Graziosi, Luca Fontana, Italo Spinelli, Luca Coppola… E fra la gente di teatro poche e pochi che non l’abbiano incontrato, che non ne siano stati presi, che non ne siano corsi via, spesso per tornare. Fra quelle e quelli che devo a lui, Anna Bonaiuto, Patrizia Zappa Mulas, Iaia Forte, Tommaso Ragno, Roberto Toni, Elia Shilton, Dario Cantarelli, Toni Bertorelli, Gianfelice Imparato…
Quelle di Carlo Cecchi non erano repliche. Si diceva proverbialmente, di lui, che “ogni sera era diverso”. Una volta provai ad andarlo a vedere di seguito, era Molière. Infatti. Anche i lapsus, quelli casuali e quelli deliberati, cambiavano. Nel testo di Schepis c’è una preziosa appendice di conversazioni su Cecchi, la raccomando – è in rete. Valerio Binasco: “Finale di partita ebbe un enorme successo, nonostante gli inizi potessero far prevedere uno spettacolo gigionesco in cui lui non si ricordava le battute. In realtà nel giro di pochissimo tempo imparò la parte perfettamente e, colpo di genio, continuò a recitarla come se non la sapesse. La gente veniva a chiederci se improvvisavamo tutto. Non improvvisavamo niente, era Beckett dalla prima all’ultima battuta”. Arturo Cirillo: “Una volta mi disse: ‘Proprio perché in teatro tutto è falso deve essere tutto vero… Se le cose lì non riescono, è come se fosse fallita l’umanità”.
Domenica, in un ospedale romano, Angelica Ippolito, Francesca Leone e Andrée Ruth Shammah, tre amiche – la situazione più evangelica – cercavano il corpo di Carlo Cecchi, che era stato portato via dalla polizia, dopo che la signora che lo aiutava a sbrigare le faccende domestiche l’aveva trovato. “Tre donne intorno al cor mi son venute / e seggonsi di fore: / ché dentro siede Amore...”. Hanno attraversato corridoi deserti, fino a un portone con l’insegna: CAMERA MORTUARIA. ENTRATA”. In basso, un cartello scritto a mano e ripassato, anche lui in maiuscolo, diceva: “TORNO SUBITO”. Del resto, il corpo che cercavano non era nemmeno lì. Che peccato non poterglielo raccontare.
Piccola Posta
Una fisionomia letteraria
Piccola posta
Beati coloro che restano illesi dalla volgarità di Trump