Foto Epa, via Ansa
piccola posta
Quelle macchie rosse che non vogliamo vedere
Dalle passerelle di Valentino al fango di al Hol: lo stesso colore attraversa la moda, la guerra e il tradimento dell’autonomia curda, mentre l’Occidente volta lo sguardo e si lava le mani
Facevano un effetto raccapricciante, ieri, le fotografie, sul Manifesto, sul Guardian, di uno spazio squallido chiazzato dal rosso di vestiti smessi e abbandonati sul suolo. L’effetto raccapricciante veniva dalla concomitanza con le sontuose fotografie degli abiti rosso carminio di Valentino, indosso alle splendide donne che li avevano portati. Le chiazze rosse, in realtà arancione ma dal colore accentuato nelle foto, erano quelle delle tute dei prigionieri dell’Isis che se n’erano spogliati fuggendo dal campo di al Hol, che ne racchiudeva finora più di 30 mila, vigilati, in nome della difesa del resto del mondo, dalle Forze della Siria Democratica, SDF, a maggioranza curde. Delle quali, e con loro del confederalismo del Rojava, con un ultimatum alla resa di quattro giorni - due - si sta compiendo la liquidazione. E il tradimento, categoria così impregnata di storia, cui mette mano una paradossale alleanza di nemici, dalla Turchia alla coalizione internazionale anti-Isis, e più teatralmente agli Usa, e alla Siria di al-Sharaa, già fautore dello Stato Islamico, poi di al Qaeda, finalmente carico dell’investitura comune a sbrigare la pratica periferica dell’autonomia curda. “I curdi mi piacciono - ha detto Trump - ma gli abbiamo già dato troppi soldi”. Vedremo fiorire altre macchie rosse, e allargarsi e diventare così esuberanti da sporcarcene le mani, anche se resteremo tenacemente voltati da un’altra parte. Finché non ci sarà più un’altra parte da cui voltarsi.