Orsino Benintendi, attribuito, Giovanni Antonio Sogliani, attribuito, Maschera funeraria di Lorenzo de’ Medici, il Magnifico 1492 e 1512-1513 o 1515 gesso patinato (foto Uffizi)
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La maschera funebre di Lorenzo de' Medici, fedele alla bruttezza dell'originale
Agli Uffizi, fino ad aprile 2026, si può visitare una mostra dedicata alle collezioni ceroplastiche curata da Valentina Conticelli, Andrea Daninos e Simone Verde. Un pezzo di spicco è però un calco in gesso, la maschera funebre del Magnifico
Agli Uffizi si è aperta, fino al prossimo aprile, una mostra dedicata alle collezioni ceroplastiche – “Cera /sic!/ una volta”, curata da Valentina Conticelli, Andrea Daninos e Simone Verde. Impressionante, anche per chi abbia familiarità con le meraviglie della Specola. Un pezzo di spicco è però un calco in gesso, la maschera funebre di Lorenzo de’ Medici, dal Museo degli Argenti di Palazzo Pitti, eseguita dal ceraiolo di fiducia del Verrocchio, Orsino Benintendi, nemmeno un’ora dopo la morte del Magnifico, nel fatidico 1492.
Lorenzo fu, fino alla morte, a 43 anni, il signore di Firenze, l’uomo in cui si incarnò la rinascita al colmo dello splendore. Non ci sono di lui molti ritratti, e il più noto, del Vasari, fu dipinto una quarantina d’anni dopo la sua morte. Il più penetrante, dei contemporanei, è quello di Domenico Ghirlandaio che lo raffigura, poco più che trentenne, accanto a Francesco Sassetti nella sua cappella, davvero magnifica, in Santa Trinita. Lorenzo è alto, ha una gran capigliatura scura, un profilo prognato e il naso insieme rincagnato e appuntito, un naso da Vysotsky, un’aria di sicura autorevolezza – e mancava dell’olfatto. Gli stessi caratteri, meno pronunciati, nell’Adorazione dei Magi di Botticelli. Nella terracotta del Verrocchio il naso è storto come per un pugilato perduto e gli dà un’espressione un po’ torva, senza attenuare l’autorità. I contemporanei lo trovavano piuttosto brutto e irresistibile. Machiavelli, raccontando sboccatamente a Guicciardini le grottesche brutture di una poveretta di Verona, dice che “la bocca somigliava a quella di Lorenzo de’ Medici”.
Siccome una lettura tira l’altra, ho letto l’unica opera che Thomas Mann abbia scritto per il teatro, “Fiorenza”, nel 1905. La protagonista è insieme una donna e una città, contese fra Lorenzo, nel giorno della sua morte, e il suo gran nemico, il Savonarola. Ecco come Mann ritrae Lorenzo: “E’ brutto: di color olivastro e dall’espressione cupa, in conseguenza della ruga fra le sopracciglia. Il suo volto largo e piatto presenta un naso rincagnato e una gran bocca sporgente dagli angoli cascanti […] Ma quando si risveglia, i suoi occhi, nonostante la debolezza, sono pieni di fuoco e chiari e col loro sguardo ardente sembrano afferrare uomini e cose; la fronte alta e fatale trionfa della bruttezza dei tratti; i suoi movimenti possiedono perfetta nobiltà, anche quando egli è agitato. A volte, su quel viso distrutto affiora un’espressione di disarmante ingenua gaiezza, che sembra redimerlo interamente e renderlo innocente come quello di un fanciullo…”.
La maschera funebre mi pare somigliare alla faccia del vecchio Ungaretti. Dopo esser passata dall’Opificio nel 1972, fu affidata nel 2007 al versatile restauratore Daniele Rossi, che ha scritto un racconto del suo anno di confidenza con la reliquia.
L’8 aprile 1492 era stato chiamato in fretta Orsino Benintendi, che già aveva eseguito tre calchi di Lorenzo vivo, scampato all’assalto dei Pazzi in cui era morto suo fratello Giuliano. “Con un pennello di vaio si ungeva la faccia del cliente con olio profumato di essenza di rose, curando che le guance maschili fossero ben rasate. Si copriva il capo e si cuciva una benda da un orecchio all’altro. Si tappavano gli orecchi e si tirava la benda fino al collo. Si faceva sdraiare il destinatario su un lettuccio e si fissava la benda a un cerchio di ferro dentato. Un cannellino d’ottone o d’argento nelle narici consentiva la respirazione. Era il momento del gesso, bolognese o volterrano, ottenuto per cottura dell’alabastro gessoso a circa 130 gradi: gesso da modellatori, da mescolare rapidamente con acqua tiepida perché non si rapprendesse troppo presto. Lo si stendeva sul viso, lasciando per ultimi occhi e bocca, e una volta seccato il gesso, si tagliava la benda e si faceva rialzare il cliente tenendo fra le mani la ‘confezione’, e quindi estraendo la maschera. Dalla forma, che andava conservata in una fascia al bordo e unta con olio, perché non si crettasse, si potevano ricavare ritratti in rame, oro, argento o piombo, ma più spesso in gesso e mattone pesto. Con la stessa tecnica è realizzato il calco del Brunelleschi, all’Opera del Duomo”.
Quanto al morto, scrive Rossi: “Entro un’ora bisogna fare il calco, quando il corpo comincia la trasformazione e gli organi interni si lamentano ancora. Orsino e suo nipote Tanio prepararono il gesso con poca calce e l’acqua di rose… Troppa calce nel gesso avrebbe macchiato il calco e troppo gesso si sarebbe rappreso in fretta, aggiunsero così le gocce d’olio. Orsino intrappolò la morte, che aveva chiuso gli occhi, appiccicato le palpebre e rappreso le ciglia… Così lucido e giallo di vernice, si scorgevano tuttavia i tratti degli zigomi, il parziale gonfiore del collo, il neo, una cicatrice rilevata per metà, forse quella dell’agguato dei Pazzi. Lo sollevai e vidi la barba lunga, cresciuta nel momento del trapasso… Dovevo asportare lo stucco che in antico avevano apposto sotto la gola e staccare la maschera dal legno sul quale era incollata. Munito di due bisturi rigidi affilatissimi e due subbie appuntite ho iniziato a togliere il gesso di restauro che sormontava sui bordi; la lente mi ingrandiva le piccolissime scaglie che saltavano… Ad un tratto ho sentito un suono metallico. Avevo incontrato un perno di metallo, una vecchia otturazione che saldava la maschera al supporto. Il singhiozzo metallico si è ripetuto perché di perni ne ho trovati tre… Nei giorni seguenti ho ripreso a scagliare, liberato il sottogola dallo stucco, poi ho illuminato l’interno della recisione e la punta del bisturi ha cozzato un corpo estraneo. Immediatamente mi sono fermato. La consistenza era quella di sasso, un sasso tondo di fiume chiuso nel recinto di gesso, ma libero di muoversi dentro a quello spazio buio e piccolo”.
La maschera è montata su di un pannello ligneo di pioppo, un’epigrafe in alto costituita dalle lettere P.P.P (fino ad oggi mai decifrata ) e in fondo i versi : “morte crudele che / n questo chorpo venne / che dopo morte el mondo ando so zopra / mentre che vise tuto in pace ’l tenne”. E’ l’epitaffio del poemetto attribuito al Poliziano.
“La scoperta più sorprendente è stata il ritrovamento sia sullo zigomo destro che nella zona finale del naso, come pure nel sottogola, di frammenti di oro, che fa supporre che il calco del volto fosse ricoperto da una lamina dorata. Ma la domanda più intrigante è quel tondo sasso di fiume che pare sia stato trovato e lasciato nella cavità interna del calco”.
Il più famoso dei medici di Lorenzo, Pier Leoni da Spoleto, nel giorno stesso della sua morte finì in fondo a un pozzo, forse suicida, forse ammazzato.