Ansa
piccola posta
Vladimir Putin e la sua mummificazione che ricorda i "grandi" del passato
Il documentario di Ezio Mauro esplora la figura del presidente russo, intrecciando cinismo e violenza. Un parallelo con Stalin suggerisce che il potere assoluto lo renderà inevitabilmente oggetto di culto
Guardavo il bel documentario di Ezio Mauro, e immaginavo Putin mummificato: è il prossimo passo, imminente, spero. Lenin non aveva fatto niente per tirarsi addosso quella sventura, mummificazione e mausoleizzazione e restauri permanenti. Non mancò di difetti, ma sarebbe andato volentieri all’altro mondo senza troppo chiasso. Dettò quella “Lettera al Congresso” passata per testamento, più volte aggiornata e rinviata, e, definitivamente fuori causa l’autore, manipolata e falsificata. La ragione per cui mi tornava in mente guardando il “Putin” di Mauro è precisamente questa: che Stalin, descritto da Lenin come “rozzo” (grubyy - grossolano, arrogante) ne avrebbe rovesciato l’effetto, con uno sfrontato e frequente espediente retorico, facendone il proprio vanto: “Sì, io sono rozzo, compagni, nei confronti di coloro che brutalmente e slealmente distruggono e dividono il partito”. E i compagni applaudirono – finché erano ancora vivi.
Il racconto di Mauro – che con la discrezione che gli è propria tornava alla sua memorabile esperienza di corrispondente a Mosca dal 1987 – attento com’era alla ricostruzione obiettiva e documentaria della carriera del ligio ufficiale del KGB, dall’infanzia al servizio di statale a Dresda, ne mostrava via via i tratti salienti: il burocratismo, il risentimento, l’opportunismo, il cinismo, la disposizione alla violenza e alla vendetta contro gli avversari, l’impudenza nella menzogna e l’impudenza nel rivendicarla, e infine le sfide guerresche. Mi dicevo che quegli spettatori che hanno da tempo e sempre più arditamente dato prova dell’attrazione per Putin, avrebbero trovato in quei tratti odiosi una conferma alla propria seduzione. Come i vecchi bolscevichi con la brutalità rivendicata da Stalin. Si simpatizza per Putin, lo si ammira, non nonostante burocratismo, rancore, cinismo, impudenza, violenza al minuto e all’ingrosso, invasioni di paesi e cancellazioni di popoli, ma grazie a quelli. Gli si somiglia, come ogni creatura frustrata somiglia a chi della frustrazione ha fatto il movente della sua ascesa di capo.
Molti fra gli spettatori, le spettatrici, del docufilm di Mauro saranno state desiderose di saperne di più, e ne saranno uscite più informate e consapevoli. Nel settembre del 1999, annunciando la sua prova del fuoco, a ridosso di attentati micidiali nei condomini moscoviti attribuiti ai ceceni e fortemente sospetti di essere opera dei servizi russi, Putin pronunciò in televisione il suo programma: “Vi staneremo fino nei cessi”. Poco dopo confessò ai suoi di essersi lasciato sfuggire quell’espressione, e di aver temuto che potesse costargli la fine della carriera: al contrario, promosse il suo trionfo. Per la stessa causa, con la stessa ammirazione, 26 anni dopo, qui da noi, a distanza di sicurezza da Kharkiv e da Kyiv, qualche nostro vicino di casa avrà guardato i filmati di repertorio usati da Mauro e se ne sarà sentito risarcito, dell’antica ferita del crollo del muro, del compiacimento attuale per le case ucraine al freddo e al gelo.
A ognuno il suo. Io guardavo, grato alla fedeltà di Mauro a se stesso, e immaginavo già la mummificazione di Putin come cosa fatta. L’altra volta, per l’imbalsamazione, si dovette chiamare, con le buone o con le cattive, Vladimir Vorobyov, un famoso anatomo-patologo ucraino di Odessa.
PICCOLA POSTA