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Piccola posta
Le figure leggere dell'Angelico e il nostro mondo, che è una sequenza di Pietà
Dalla Pietà algerina di Hocine, a quella kosovara di Merillon, fino a quella dei sacchi neri d’Iran. E poi c'è il pittore silenzioso, le cui immagini sono leggère dalla testa ai piedi
Forse, quando è troppo, non bisogna più parlarne. Ogni giorno viene superata una soglia di infamia e di imbecillità, e certi di questi giorni più volte. L’Iran di mullah, ayatollah e pasdaran, dopo 46 anni, sembrava metterci al riparo: non si può che stare dalla parte di donne, vite e libertà. Macché. D’un tratto, usciti da chissà dove, proclamano che a loro non la si dà a bere. Loro sanno che le iraniane e gli iraniani muoiono a centinaia, a migliaia, da burattini del Mossad, di Netanyahu, di Trump, del signor Pahlavi. Spogliate della loro vita, non sono nemmeno padrone della loro morte.
Parlerò d’altro, ancora una chiosa all’Angelico. Che del resto continuava a dipingere le sue figure silenziose mentre attorno c’era la guerra, lo scisma, il Concilio, la peste, la fine del mondo. E le code che non fanno che allungarsi alla sua mostra, al di là del contagio della folla, non hanno a che fare con lo stato del mondo? La cronaca di oggi non è altro che una ininterrotta sequenza di Pietà. La mostra, terribile, rocambolesca, delle torture siriane, che oggi è stata rafforzata da nuovi documenti. La Pietà algerina di Hocine, la Pietà kosovara di Merillon, le Pietà di Gaza, di Mariupol, della sudanese El Fasher... La Pietà dei sacchi neri d’Iran.
Mio fratello Gianni mi ha fatto conoscere la storia formidabile di Manabendra Nath Roy (1887-1954), rivoluzionario indiano, filosofo, militante, fondatore del partito comunista messicano (nel 1919!) e indiano (1920), cominternista e poi dissidente, scampato a Stalin, passato a un “radicalismo umanista”, più volte e a lungo carcerato. Roy, che veniva da una famiglia braminica, si era battuto accanitamente contro le tentazioni claustrali delle religioni, quella che chiamava “La malattia mortale del monachesimo”. Nell’ultima parte della sua vita, scrisse a un amico: “Sono arrivato alla conclusione che l’umanità civilizzata sia destinata ad attraversare un altro periodo di monachesimo, in cui tutti i tesori della saggezza e del sapere passati verranno recuperati dalle rovine e trasmessi a una nuova generazione impegnata nel compito di costruire un nuovo mondo e una nuova civiltà”.
Come Lampedusa, che divideva gli scrittori in magri e grassi, dividerei i pittori fra silenziosi e sonori, e metterei l’Angelico fra i più grandi silenziosi. Non in una classifica di valore, in una diversa qualità. Masaccio, per esempio, si fa sentire. Dice Vasari che prima di lui le figure dipinte stavano in punta di piedi, e lui le rimette coi piedi per terra. L’Angelico le fa leggère, dalla testa ai piedi. Per venire a due che sono stati evocati a proposito dell’Angelico, Rothko è silenzioso, Pollock sonoro – rumoroso perfino. Del resto, nei conventi affrescati dall’Angelico, a Fiesole, a San Marco, il silenzio era la regola. “Quanto silenzio si trova nella pittura di Beato Angelico!”, scrive Carmelo Argentieri, che ci trascorre i giorni.
Le Annunciazioni. Una lettrice del mio pezzo sull’Angelico, George Eliot e Elsa Morante, dice che la compunzione che insospettiva Elsa si capisce, con le Annunziate dell’Angelico “solo obbedienti”, mentre altri pittori “mostravano Maria sorpresa, anche dubbiosa, che scostava l’angelo con la mano come a interromperlo, a prendere tempo...”. E’ vero, già prima la ragazza Maria aveva reagito così. Vasari lo dice nella Vita di Giotto, e dà involontariamente un esempio caratteristico del silenzio e del rumore, proprio a proposito dell’Annunziata: “Perché in essa / Giotto / espresse vivamente la paura e lo spavento che nel salutarla Gabriello mise in Maria Vergine, la qual pare che tutta piena di grandissimo timore voglia quasi mettersi in fuga”. La Madonna quasi grida aiuto! Quel modo di rappresentarla culminerà nell’Annunciazione di Lorenzo Lotto a Recanati, questa sì rumorosa e quasi chiassosa, con Maria atterrita che vuole uscire addosso allo spettatore, Gabriele imperioso, il Padreterno inesorabile, e il centro della scena preso dal gatto col pelo ritto e la schiena inarcata: magnifica del resto. Il contrario dell’Angelico, le cui Annunciazioni – la scena formalmente più “parlata”, l’arcangelo che deve dirle il suo messaggio, Maria che deve pronunciare la sua accettazione – sembrano senza parole, soprattutto a San Marco, e soprattutto nella meravigliosa cella N.3, quella del bianco, dove Rothko veniva a ispirarsi, e sta per tornarci.
Si può pensare che arcangelo e Maria siano figurati “dopo”, quando l’annuncio e la risposta sono già avvenuti, ma non occorre. E’ come se l’espressione di Gabriele significasse: “Sai già che cosa sono venuto a dirti”, e quella di lei lo confermasse, “certo, lo so” – è come se fosse già incinta. Dal nono secolo (ha raccontato Michele Feo in un bellissimo studio sull’Annunciazione) l’adolescente Maria impara a leggere e quando è visitata ha in mano un libro, e ascoltando Gabriele tiene il segno con un dito, e si arriverà a spiegare che stava leggendo in Isaia l’annuncio dell’avvento di un Messia: la propria storia... Non è “solo obbediente”, la Vergine dell’Angelico, è compresa, ha compreso.
PICCOLA POSTA
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