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Piccola Posta
Il saggio di Elsa Morante sull'Angelico, una storia intima e famigliare
La mostra a palazzo Strozzi rimette al mondo il testo della scrittrice “Pro o contro la bomba atomica”. Arte sacra, clausura e sguardo femminile ricostruiscono una storia di visioni negate e parole restituite
Sant’Antonino Pierozzi, prima di diventare arcivescovo di Firenze, era stato priore del convento di San Marco al tempo in cui Fra Giovanni, l’Angelico, ne affrescava le celle, dal 1441 al 1445, e poi oltre il 1450. Trovo in Piero Bargellini questa citazione: “Il corpo di Gesù Cristo – diceva Sant’Antonino, – fu il più bello corpo d’uomo che mai fosse e che mai abbi a essere”. Tendo a escludere che sia mai stata pronunciata da un santuomo una frase così: “Il corpo di Maria fu il più bello corpo di donna che mai abbi a essere”. Tota pulchra, piena di grazia… O, nella devozione popolare: “Bella qual sole / bianca più della luna...”. Ma niente che somigli a un concorso di bellezza. Il corpo di Cristo è spogliato ed esposto, è il neonato, il flagellato, il crocifisso, il deposto, il risorto, il Corpus Domini. C’è nello splendido catalogo un’annotazione di Stefano Casciu: la vista degli affreschi nel convento di San Marco era vietata alle donne. E’ una notizia insieme ovvia – la clausura – ed enorme: dipinti da uomini per soli uomini nei secoli a venire. Il convento divenne museo nel 1869. La prima donna li vide e li descrisse solo nel 1886, più di 420 anni dopo la creazione: una colta viaggiatrice francese, si chiamava Mathilde Duvillard. Dunque l’Angelico dipingeva alcune sue madri sapendo che non sarebbero state viste da donne – forse pensava che dalla Madonna sì. Aveva avuto una madre, aveva una sorella, Checca. Proprio sotto il Palazzo Strozzi della mostra, al numero 13 di via Tornabuoni, una lapide ricorda: “In questa casa / … / trascorse nel 1860 / uno dei suoi primi soggiorni / George Eliot / (Anna Maria Evans) / autrice della fiorentina ‘Romola’ / e di altri celebri romanzi”.
“Romola” uscì, a puntate, nel 1862-1863, dunque poco prima del 1869. E’ il meno letto dei romanzi dell’autrice di “Middlemarch”, probabilmente per un eccesso di zelo nella ricostruzione d’epoca. Romola dei Bardi, una generazione dopo, è la protagonista, fiorentina, contemporanea e sorella di un frate domenicano, come l’Angelico. Eliot e il suo compagno, George Henry Lewes, vennero a Firenze nel ’60 e nel ’61. Lei si era presa uno pseudonimo virile, ma non le bastò. Lewes visitò i monasteri in cui era vietato l’ingresso alle donne, e prese nota per lei degli affreschi di artisti come Fra Angelico. In una scena cruciale del romanzo, Romola visita in San Marco suo fratello morente, assistito da Girolamo Savonarola. Perché l’incontro avvenga, il fratello, fra Luca, è stato trasportato giù: “Romola… fu accompagnata fino alla porta della sala capitolare nel chiostro esterno dove era stato portato il malato; le donne infatti non erano ammesse oltre quel limite”. Nell’ultima parte del romanzo, Eliot descrive gli affreschi delle celle come li vede lo sciagurato marito di Romola, Tito, che va a incontrare il Savonarola – dunque come li ha riferiti a lei il suo bravo marito: “Nei lunghi corridoi dove erano allineate le celle – corridoi dove gli affreschi di Beato Angelico, delicati come l’arcobaleno sulle nuvole che si dissolvono, qua e là sorprendevano l’occhio non abituato come se fossero stati dei riflessi improvvisi proiettati da un mondo etereo dove la Madonna sedeva incoronata nella sua gioia radiosa e il bambino divino aveva lo sguardo carico di eterne promesse”.
Di quello che aveva visto coi suoi occhi, Eliot scrisse: “Gli affreschi che più mi hanno colpito in tutta Firenze erano i pochi di Fra Angelico che una donna poteva vedere nel convento di San Marco. Nella Sala Capitolare… si trova una grande Crocifissione, con l’inimitabile gruppo della Madre svenuta sorretta da San Giovanni e dalla giovane Maria, e abbracciata dalla Maddalena inginocchiata. Il Cristo in questo affresco non è di buona qualità, ma c’è un Cristo crocifisso originale di grande impatto all’esterno, nel chiostro; San Domenico abbraccia la croce e guarda in alto verso il Salvatore agonizzante, il cui volto reale, pallido e pacato, è completamente diverso da qualsiasi altro Cristo che abbia mai visto”.
Uno dei meriti della mostra è di aver rimesso al mondo lo scritto di Elsa Morante (accolto nell’edizione Adelphi, 1987, di “Pro o contro la bomba atomica e altri scritti”). Era il 1970, lei sembra quasi rammaricarsi che nella gremita collana Rizzoli dei Classici dell’Arte le sia toccato l’Angelico, piuttosto che i suoi santi, “Masaccio, Rembrandt, Van Gogh”, quelli che “portano nel corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti”. Ce l’ha con l’aureola “sopraterrestre” disegnata sull’artista. (Così il curatore, Carl Brandon Strehlke: “Elsa non aveva molta simpatia per la reputazione religiosa di Angelico, e confesso che l’agiografia postuma sull’artista annoia anche me… A me interessa farlo scendere dal cielo e riportarlo sulla terra”).
Elsa muove dal linguaggio del proprio tempo: “Ha partecipato, Guido di Pietro, alla rivoluzione? E se no, va dunque trattato da reazionario? Questo problema, che inquieterà i critici, non potrebbe far deviare il Beato. Per lui, tutte le rivoluzioni possibili non potranno mai essere che compromessi e approssimazioni della vera rivoluzione totale, già definita una volta per tutte in Galilea”. Ricordiamoci di questa espressione: “una volta per tutte”. A prima vista, del testo di Elsa colpisce un proposito di farne l’occasione per riprendersi la parola, l’“intervento” civile. C’è stato il Sessantotto, lei ha preso parte col Mondo salvato dai ragazzini – una parte laterale, la scena era ingombra. Aveva scritto e parlato, nel 1965, “Pro o contro la bomba atomica”, un tema che intanto Alberto Moravia aveva prepotentemente fatto suo, un “nuovo tabù”. Elsa scrive qui della “fabbrica deformante delle città degradate, fra le lotte evasive dei meccanismi schiavistici, e le ripugnanti, continue tentazioni della bruttezza… Le tetre Scritture del Progresso tecnologico, i Messaggi ossessivi della Merce… i gerghi obbligatorii dell’irrealtà collettiva”. E anche qui, nonostante le iperboli – “l’industria dei massmedia coi suoi genocidii aberranti” – è destinata a stare all’ombra apocalittica di Pier Paolo Pasolini. Ma è appunto l’apparenza. C’è altro, che impegna intimamente solo lei, e fa del testo una confessione riservata e un programma. Lo rivela la disseminazione di allusioni a una storia materna e famigliare, alla propria, ancora largamente segreta. “La croce materna”, abbiamo visto. “A noi pure certo gioverebbe di conoscere, in aggiunta al nostro padre naturale, un qualche padre di sapienza, vivo o defunto, a cui chiedere consiglio”. “Per l’esaltazione dei loro occhi ignoranti, questo pittore dell’Ordine degli Accattoni… ricama con una minuzia incantata le vesti degli angeli, e pettina i loro capelli con la cura di una sorella attenta”. E profonde lungo il testo i diminutivi e i vezzeggiativi materni: le manucce, il mantelluccio, le gambucce – l’annunciazione del suo pischelluccio. Il saggio sull’Angelico è costellato di un dolore immedicato, per i suoi padri, le sue madri, per la perdita di Bill Morrow, pittore, e della propria maternità.
Garboli metterà a confronto “la corrente materna della Storia, simile a un grande fiume, e il piccolo ruscelletto con cui scorre... la vita e l’opera dell’Angelico”. In un’intervista del 1982, Garboli parlerà dell’Annunciazione: “Non è difficile ritrovare, nell’ultima Morante... la figura dell’Annunciazione: nella Storia, la maestrina Ida Ramundo subiva un’aggressione che era l’annuncio della nascita dell’agnello Useppe; in Aracoeli, la contadina andalusa, giovane sposa felice, giovane madre col figlio al seno, viene visitata da una forza misteriosa e sacra che uccide la maternità mentre santifica, grazie a un’abiezione che è un sacrificio, il piacere contro il ventre, la vagina (per dirla con volgarità ginecologica) contro l’utero. Siamo… in presenza di una Madonna, Aracoeli, capovolta, sconsacrata, rovesciata, dalle cui estremità impiccate il manto azzurro ricasca lasciando scoperte le cosce liberate e indecenti”.
La rivoluzione del Quattrocento, dice Elsa “(allora appena agli inizi) è la stessa che nel farsi adulta e matura arriverà fino a negare l’astorico Paradiso, contrapponendogli la Storia, di cui l’uomo definitivamente mortale (e non l’ipotetica anima immortale) è il solo protagonista e responsabile”. Lei, che scrive quando un suo antico progetto di romanzo le si sta trasformando nella sua Storia, sta per ritirarsi. Sta avvertendo di sé e del suo proposito eroico, che intende raccontare “una volta per tutte” lo scandalo, che la Storia non è che una cospirazione di diecimila anni per ammazzare il piccolo Useppe, e continuare… Ed è di sé che dice “reazionaria”, sapendo che della sua sentenza si approfitterà, anche da parte dei “rivoluzionari” - uno arrivò a scrivere che il romanzo non era che “un ennesimo discorso delle beatitudini”, e gli sembrava così di seppellirlo. I dipinti di fra Giovanni sono il libro per gli “Idioti”, gli illetterati. La “Storia” è il libro “por el analfabeta a quien escribo”. Le farà rinunciare all’“intervento”, prenderà i prossimi, silenziosi, quasi quattro anni.
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