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Piccola posta

La neve dell'Epifania in Centro Italia sospende il rumore del mondo

Adriano Sofri

La nevicata riporta alla memoria la questione dimenticata del clima, travolta dalle guerre, dall’economia fossile e dall’illusione che la salvezza del pianeta possa aspettare tempi migliori

Ha nevicato. 6 gennaio, Epifania, ha nevicato. Non è una gran notizia, direte. Parlate per voi. Non nevicava da parecchi anni qui, Tavarnuzze, frazione di Impruneta, periferia sud di Firenze. Dal 2018, e più seriamente dal 2010. Non se lo aspettava nessuno. Le auto sono finite per traverso e gli autisti sono scesi, hanno constatato che non sapevano che fare, e si sono contentati di tornarsene a casa a piedi. I miei amici a Castelrotto, Dolomiti dell’Alpe di Siusi, mi hanno invidiato la fotografia, perché loro se la sognano. La neve fuori posto è una consolazione, una sospensione del furore, un esonero, come quando serve ai bambini per non andare a scuola. Il mondo è pieno di guerre, ma nevica, il rumore si spegne, c’è un’anestesia generale. Ci firmiamo una giustificazione, come da scolari. Oggi no, oggi nevica. Oggi è chiuso. 

E poi, che nevichi a sorpresa, riporta a qualche attenzione la questione del clima. Ve la ricordate? La questione delle questioni, ancora poco fa. Ci aveva messo parecchi decenni a farsi notare. “Primavera silenziosa” è del 1962, un inizio, una strana rivelazione per la generazione che bambina giocava a spruzzarsi il ddt – il flit. L’ecologia, la parola, risale al 1866. Un secolo dopo ci si accorge via via più largamente dell’influenza che gli animali umani esercitano sull’ambiente globale, sul resto della natura, sul clima. Nel 1992 a Rio de Janeiro si decide in solido di tenere a freno la degradazione del clima e della biodiversità. Si conia la parola antropocene. Si suscitano movimenti, si fondano, crescono, tramontano partiti – verdi. Si prendono impegni solenni, si smentiscono, si rinviano, si contrattano, si arranca dietro la velocità che hanno preso i mutamenti, il riscaldamento globale, la deforestazione, la vulnerabilità alle pandemie, le migrazioni, i mari spacciati... Decenni e decenni di autopsia, accertamento, consapevolezza, conversione. La Cina d’un tratto avanza più di tutti, benché non smetta di inquinare più di tutti. L’Europa ha un gran progetto. I paesi più ricchi, nell’intervallo, comprano l’ossigeno dei più poveri, che trattengono il fiato. L’agenda internazionale è fitta di appuntamenti decisivi. I papi raccolgono l’invocazione del creato. 

Il 24 febbraio del 2022 la Russia, un paese enorme e arretrato, povero e alcolista, attaccato essenzialmente alle sue risorse fossili – alla canna del gas – invade l’Ucraina. Di colpo, l’agenda ecologica viene ricacciata indietro, e sostituita da una colossale dilapidazione di beni ambientali, e dal ripudio beffardo del rispetto per il pianeta. Di colpo, si passa dall’ecologia all’economia di guerra. Nel giro di un paio d’anni gli Stati Uniti, che fanno tesoro di un orizzonte di guerra per reimporre la propria prepotenza, e che a loro volta hanno fondato sull’estrazione e il commercio delle fonti fossili il proprio primato, passano in mano a una satrapia che si ride di qualunque fisima ecologista e proclama alta la propria intenzione di dare fondo allo sfruttamento della terra. Voracemente, predatoriamente, entusiasticamente – battendosi i pugni sul petto e ululando. Il Green Deal europeo impallidisce e agonizza, fra dissimulazioni, rinvii, ridimensionamenti, e vere abiure: guerre, dazi, e la sindrome del vaso di coccio, rimettono in auge l’idea che la salvezza del pianeta sia un lusso di tempi migliori. E il nostro è il tempo dell’emergenza. I tempi migliori sono i tempi che non esistono.

Le guerre sono anche questo. Putin, un benzinaio che per non chiudere la pompa canta la sua canzone atomica. Trump, un benzinaio che aggiunge al suo record i giacimenti inutilizzati del Venezuela. 

Il 27 dicembre, nel giardinetto di un condominio dalle parti di casa mia, avevo visto, e mi ero stropicciato gli occhi, un comune iris viola, l’iris germanica, splendidamente fiorito. In compenso, il 6 gennaio, la Befana, ha nevicato. E’ stato un piacere. 

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