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Piccola posta

L'impegno a combattere di più contro l'indifferenza, tra le sedie vuote di Oslo

Adriano Sofri

“Love Harder”. Le ragazze iraniane con il loro sudario nero: una battaglia per la vita e per la libertà 

Martedì era il giorno del Nobel a Narges Mohammadi, la sua sedia vuota a Oslo, e del Sakharov alla memoria di Mahsa Jina Amini a Strasburgo. Di sera, nel tg di Sky Mondo, Liliana Faccioli Pintozzi parlava con Barbara Stefanelli del suo libro sulle “ragazze iraniane che camminano davanti a noi”: “Love Harder”. (Anche l’intervistatrice ha appena pubblicato un libro sulle donne iraniane afghane e statunitensi, “Figlie di Eva”, nel sottotitolo le tre parole curdo-iraniane: “La battaglia delle Donne per la Vita e la Libertà”). Nelle facoltà scientifiche iraniane le donne sono il 70 per cento, diceva Stefanelli, e altre cose che mi piacevano, così ho letto il libro – si fa prima a procurarsi un kindle che a farsi un caffè. Stefanelli ha fatto proprio l’Iran in cui non è mai andata e ne ha raccolto le storie: che la si chiami rivoluzione o no – ci siamo abituati a chiamare così solo quelle che riescono, benché spesso bisogni pentirsene, della riuscita.

Intanto, “non c’erano potenze straniere a sobillare, né partiti di opposizione o la diaspora iraniana a manovrare”. Increduli o incapaci di credere, non ci si capacitava che a tirare le fila non fosse qualche Cia, o qualche avanzo di partiti “riformisti” – finiti senza avanzi – o i veterani dal lungo esilio, se non addirittura le bandiere  Pahlavi. “La miccia sono stati e sono i desideri. Delle giovani donne, che vogliono svelarsi, anche a se stesse, ed essere riconosciute. E degli uomini, giovani e meno giovani, che le hanno seguite e sostenute”. Uno di questi uomini, il padre di Mohammad Mehdi Karami, il campione di arti marziali condannato a morte il 7 gennaio 2023, dopo un processo di 15 minuti, e impiccato, aveva scritto così: “Mi chiamo Mashallah Karami, sono un venditore ambulante di fazzoletti di carta, mio figlio ha vinto molti premi, ha gareggiato pure nella Nazionale. Vi scongiuro, con rispetto e gentilezza, di sospendere l’esecuzione…”. Le ragazze si sono mosse – “uno sciamare dei corpi...” – al costo della vita, “come se non avessero niente da perdere”. Come se “la ribellione fosse l’unica vita bella e possibile”: la ribellione, non la sua vittoria, e nemmeno la sua abnegazione, il sacrificio, feticcio d’altri, dei carnefici.

La festa della libertà. Stefanelli l’ha guardata, dice, con occhi di donna e di madre, la temerarietà delle figlie, e l’audacia delle madri che “le hanno attese, medicate, e anche incoraggiate”. È ancora Antigone, quanto alla fedeltà strenua a una legge che viene prima e che va contro le leggi brute dei turbanti e dei bastoni: questa volta però sono i fratelli a battersi per le sorelle che tengono la prima linea. E contro l’insurrezione di ragazze e di donne trionfa il coronamento infame della violenza sessuale, degli stupri e delle torture che fanno insorgere i medici, dei pallini sparati negli occhi o tra le gambe. E la devozione al regolamento: una ragazza vergine è destinata al paradiso, dunque quando ce l’hanno in mano e devono trucidarla la fanno sposare a un carceriere con il grazioso rito del sigheh, il “matrimonio a tempo” sciita, perché vada all’inferno deflorata. E ora le donne e le loro famiglie riescono a vincere la vergogna e la condanna delle stuprate e a denunciarne gli autori: questa sì vera rivoluzione, se si pensi alla reticenza con cui le autorità di Israele hanno taciuto gli stupri delle “loro” donne dopo il 7 ottobre. (Nell’elenco truce delle violenze di basiji e carcerieri iraniani si troverà anche un’eco dei verbali di Genova Bolzaneto, perché il mondo sa essere piccolo…).

Omosessualità e libertà queer hanno avuto parte nella ribellione, benché qualche prudente potesse obiettare che fosse “troppo”, e “in un momento come questo”. Non è mai troppo, non è mai il momento. (A Tel Aviv, rifugio di ragazze e ragazzi palestinesi gay, nei mesi di rivolta democratica contro il governo parafascista e bigotto di Netanyahu si era rinunciato, “in un momento come quello”, a porsi il problema dei cittadini arabi, per non dire dei coloni). L’Iran dei fanatici dichiara la civiltà occidentale “gravemente depravata dall’omosessualità”, anzi con lei coincidente – la Russia di Putin le fa eco. Tutto si fa vicino e incombente. A Eskisehir, nell’Anatolia, l’Onu ha creato una zona – più o meno – protetta, per “chi riesce a fuggire ai medici, ai mullah, spesso ai propri genitori…”. C’è un gran discutere di canzoni da noi. L’Iran delle ragazze ne ha fatto un uso prezioso. Ha rianimato Bella ciao. Ha inventato il suo inno, Baraye, centinaia di milioni di ascolti e la galera al suo autore. Ha fatto immaginare canzoni che piacessero ai ragazzi che buttano giù dalla zucca dei mullah il turbante e scappano via ridendo, o alla sedicenne Nika Shakarami che brucia il velo e impara a lanciare sassi, prima d’essere ammazzata. Non la sapevo la storia del “throwing like a girl”: un saggio femminista del 1980 di Iris Marion Young spiegava il modo maldestro e imbarazzato di lanciare un sasso da parte delle ragazze (a parte Geena Davis pitcher in “Ragazze vincenti”, cose da tempo di guerra e uomini al fronte). Ora imparano.


Il chador, il più raccomandato, è tenuto stretto sotto il mento da una mano, così la donna non è solo coperta da un sudario nero, è anche mutilata di un braccio. A Teheran, insediato da poco il vegliardo Khomeini, appena scoppiata la guerra degli otto anni con l’Iraq, feci amicizia con una ragazza che si chiamava Parvaneh. Abitava nella città alta, scendeva apposta nei quartieri bassi truccata e abbigliata e scoperta con cura, per sfidare le ronde dei pasdaran bellimbusti che avevano già preso l’abitudine di umiliare impiastricciare e bastonare le donne poco timorate. Parvaneh vuol dire farfalla. Non conosco Stefanelli se non per la 27esima ora del Corriere. Ha scritto anche di sé, che cosa saprebbe fare in una circostanza come quella di ragazze e madri iraniane. E contro l’indifferenza, e che “per questo possiamo imparare ad amare più forte, per questo dobbiamo ancora combattere”. Ha preso un impegno.
 

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