(1934-2026)
Gino Paoli, sofisticato e spigoloso, con le sue canzoni ha arredato i vuoti esistenziali di un'altra Italia
In una nazione lanciata nel boom, Paoli spunta dal nulla, s’accende una sigaretta e piazza un posacenere pieno di mozziconi al centro della vetrina italiana. Prende il sesso, la noia, la fatica di vivere e li trasforma in materiale da classifica, jukebox e soprattutto da radio
C’è un sapore di estinzione nella notizia della morte, a 91 anni, di Gino Paoli, a pochi mesi da quella di Ornella Vanoni, musa perenne e proiezione femminile del suo modo d’intendere il mondo. Con lui si sistema nel passato storico (dove chissà quale spazio troverà) un fenomeno circoscritto ma sofisticato, che ha dato forma musicale a una poesia filosofica intrisa di letteratura e introspezione. In sostanza, la “canzone intellettuale”, capace di cogliere il senso di una condizione, la verità delle relazioni, il significato delle illusioni, l’agonia dei desideri. Con i suoi pezzi, Paoli ha arredato i vuoti esistenziali di un’altra Italia, lontana ma dotata di memoria lunga, sebbene spesso irriconoscente. Una nazione lanciata nel boom che aveva bisogno d’essere rassicurata, e a questo fin lì avevano provveduto le arti popolari, il cinema e la musica innanzitutto, cantando di mamme, fotoromanzi e cartoline. Ma poiché il malessere è una costola dell’edificazione del benessere, in quella società faceva capolino una generazione di artisti intenzionati a parlare di tutt’altro, smantellando quell’aria di consenso che somigliava a un obbligo. Paoli è uno che ha proprio voglia di fare qualcosa del genere: spunta dal nulla, s’accende una sigaretta e piazza un posacenere pieno di mozziconi al centro della vetrina italiana. Prende il sesso, la noia, la fatica di vivere e li trasforma in materiale da classifica, jukebox e soprattutto da radio, l’elettrodomestico che correda le giornate dei connazionali.
Paoli cresce a Genova, a dispetto dei natali a Monfalcone e ne assorbisce l’umidità e il ritmo cadenzato. Insieme a Tenco, De André, Lauzi e Bindi, finisce in quella che sbrigativamente verrà etichettata come la “scuola genovese”, anche se in realtà non c’erano né manifesti né regole, e a comandare era l’individualismo – guardingo più che sfrenato – di un gruppo di ventenni poco tentati dall’immettersi nella rincorsa alla realizzazione dei sogni (quando era il “sogno italiano” a tirare la volata) e invece portati a vestire i panni flaneur della disillusione, del tempo perso, delle letture occasionali ma folgoranti, bevendo, fumando come turchi, facendo tardi la notte, dileggiando la borghesia e guardando il mare là in fondo, con un misto tra noia e disprezzo. Prima di cantare, Paoli dipingeva: “Dipingevo e non uscivo di casa”, ricorda in un’intervista. La sua scrittura ne terrà conto: ritratti musicali, istantanee iperrealiste senza retorica e con giusto le parole che servono. Entrare nel parossistico mondo della discografia anni Sessanta per un tipo così, dev’essere stato un esercizio bizzarro. La sua “Il cielo in una stanza” arriva nel 1960 e celebra la banalità del sesso nel pomeriggio, cancellandone i tratti fisici e distraendosi davanti a un soffitto viola.
In “Senza fine” (1961), ispirata da una giovane Ornella, il tema è l’ossessione, sentimento che diventa una gabbia da cui è impossibile uscire. La voce di Gino è rauca, sporca, incerta: il suo è un racconto di cui non è convinto, imperfetto, incompleto. Più avanti del suo tempo e del costume in circolo. “Sapore di sale” (1963) non è un inno delle vacanze felici, ma grazie anche all’arrangiamento di Morricone, diventa un peana alla pigrizia, al tempo fragile di un’estate effimera, che non risolverà un bel niente. Già, l’estate del ’63: l’11 luglio Paoli, ricco e famoso, decide di spararsi. Manca il cuore per un millimetro e molto tempo dopo dirà che lo fece perché non aveva niente da fare, come nel versetto di Tenco – un altro col dito sul grilletto, cultori di un maledettismo spinto fino alla realtà. Quella spigolosità Gino se l’è portata attraverso i decenni, scrivendo tanto per gli altri e chiudendo i conti col proprio percorso nel ’91 con una ballata distratta, “Quattro amici”, testamento dei rivoluzionari col culo troppo pesante per dar seguito alle loro elucubrazioni.
Intanto nell’87 Paoli entra in Parlamento, indipendente col Pci, trascinandosi la solita insofferenza, nemmeno avesse voluto togliersi uno sfizio, andando a dare un’occhiata e girando subito sui tacchi, per tornarsene da dove era venuto. Negli ultimi anni, appoggiato a un’invisibile balaustra stava a guardare, non facendo sconti quando qualche intervistatore l’andava a cercare. Il suo pessimismo s’era mutato in sconsolata negazione e il declino là fuori lo disgustava al punto di consolarlo. Non c’era più bisogno di far nulla, tanto meno scrivere una musica che non avrebbe còlto l’interesse di quasi nessuno, perché il paese perbenista era così cambiato da essere ai suoi occhi un pianeta sconosciuto.