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“calcinacci” e canzonette

L'eterno ragazzo insicuro dal cuore infranto, refrain riuscito di Fulminacci

Stefano Pistolini

Nel suo album più maturo, il cantante si propone come ultimo erede della discendenza che viene giù da Carboni, Bersani, Caputo, Carella, con venature dell’ultimo Battisti e del Battiato più scherzoso: quel suono leggero che tanto affetto accende in tutti noi

Discreto fromboliere della parola, torna Fulminacci con l’album più maturo e rappresentativo della propria intenzione artistica. Titolo “Calcinacci”, per continuare a giocare col destino di chiamarsi Uttinacci di cognome (Filippo di nome, 28 anni), e per dare figurazione al fatto che la sua storia d’amore è andata in frantumi e, come insegnava il saggio Flavio Giurato, comunque è pericoloso andare coi cantautori, perché sennò finisci nelle loro canzoni. E infatti alla malcapitata di turno Fulminacci si rivolge praticamente in tutte e tredici le tracce di questo lavoro, che contiene abbastanza indizi per tracciare con buona precisione il ritratto del titolare e per dargli giusta collocazione nello spazio e nel tempo della musica italiana del momento. Il primo fattore che risulta chiaro ascoltando “Calcinacci” è che il suo autore adesso goda dell’auspicato momento di perfetta ispirazione: ancora non deve fare i conti con l’angoscia di rifare cose che ha già fatto, si mostra mirabilmente in sintonia col presente esistenziale del suo gruppo sociale e coi temi della sua generazione (maschi bianchi delicatoni, connotati dal perenne guaio/gusto dell’inadeguatezza) e ha messo a punto strumenti e linguaggi per allestire la descrizione – quasi un’osservazione documentaristica nell’Italia post-borghese – della ricorrente condizione esistenziale di giovani col cuore perennemente a pezzi.

Ecco qui il mondo dei tardo-ventenni per i quali – questo è sostanziale – la condizione emotiva, i rapporti affettivi, la ragazza, gli amici e i fratelli con cui si condividono le passioni, sono il centro del tutto, mentre tutto il resto conta poco, pochissimo, e Fulminacci lo dice perfino chiaramente in un pezzo, che lui non ha mai letto né la Bibbia né la Costituzione, e il suo citazionismo contempla invece De Gregori e forse Bret Ellis, magari il Truceklan e l’amato joystick della Play. Sarà fragile quanto vuoi, ma un tipo sveglio come il nostro Filippo, con la vocazione musicale che dimostra, ora pare davvero in sintonia col presente, e speriamo per lui che duri a lungo. Intanto, nelle canzoni che scrive maneggia con sapienza la prevalenza delle parole, disseminate su suoni ottimisti che offrono sollievo e compagnia, raccontando piccoli slittamenti del piacere o del dispiacere, rimpinzati di ammiccamenti, di spirito delle città e della rivendicazione del disimpegno come soluzione privata (attenzione: non mancanza di coscienza, ma ritiro della delega di essere rappresentati), in una forma musicale ispirata allo stile italiano-orchestrale anni 70-80, contaminato di svariate simulazioni elettroniche. Fulminacci, insomma, si propone come ultimo erede della discendenza che viene giù da Carboni, Bersani, Caputo, Carella, con venature dell’ultimo Battisti e del Battiato più scherzoso – quel suono leggero che tanto affetto accende in tutti noi. E non è un caso che, proprio in tempi nei quali il formato assume una opzione desueta, Fulminacci continui a misurarsi con l’impegnativa dimensione lunga dell’album, la partizione in capitoli, l’omogeneità sonora e il gusto di ospitare tanti colleghi tra coloro che con lui stanno dando forma a una scena musicale dinamica: Tommaso Paradiso, Franco 126, il sommo Tutti Fenomeni e, in veste di collaboratori produttivi, Golden Years, OkGiorgio e Calcutta (del quale, peraltro, pare ormai prossimo il ritorno discografico).

Praticamente non manca nessuno della classe dell’eccellenza canzonettistica italiana del presente e inoltre “Calcinacci” godrà del lancio provocato dal recente passaggio sanremese di Fulminacci, conclusosi col premio della Critica e con un onorevole settimo posto, a dispetto del deprecabile duetto con Francesca Fagnani (“Parole Parole”, ricordate?) prodotto probabilmente da quel gusto del birignao a cui questo artista talvolta sembra non voler rinunciare. Del resto, è innegabile il vezzo di Fulminacci nel giocare la parte dell’eterno ragazzo – atteggiamento che non va rimproverato per statuto, visto quant’è diffuso e quanto può essere interessante analizzarne le motivazioni: di fatto, per tanti nati attorno alla fine del millennio, la tentazione irresistibile è proprio quella di non rinunciare alla propria gioventù, di restarci aggrappati, di farle le serenate e di commuoversi pensando a come siano andate le cose. Anche il benemerito Niccolò Ammanniti, altro filosofo delle fragilità e del pensiero emotivo, ha appena pubblicato un godibilissimo romanzetto (“Il custode”) che gira attorno a questi temi. E che ci sembra la lettura ideale da consigliare non appena su Spotify avrete messo in repeat la scaletta di “Calcinacci”.

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