Foto ANSA

"quei maleducati dei trapper"

I dieci formidabili anni della trap, che non è solo musica per maranza

Stefano Pistolini

Dall'inizio della rivoluzione con Sfera Ebbasta alla versione mescolata con il pop, il reggaeton e la dance. Il genere ha resistito agli attacchi critici contro le sue tecniche e contro i testi, tacciati di autoreferenzialità al confine col delinquenziale. Ed è riuscita ha conquistare il pubblico bypassando radio e TV

A che serve questa benedetta/maledetta musica trap? E che vogliono quei maleducati dei trapper, oltre che andare a fare gli habitué nei talk-show di Rete Quattro per farsi prendere a pallate da Del Debbio e Giordano? Non hanno ragione gli artisti d’una volta che invocano un sano lavoro in fabbrica per questi manipolatori di auto-tune? La risposta è no, purtroppo no. La musica va comunque avanti, è una linea a senso unico, come la vita, la storia, i treni. In qualsiasi direzione si diriga, a contare non è la bontà di quello che produce, ma il fatto che si sia sentito il bisogno di andare proprio là, per esprimere anche in musica qualcosa che aveva bisogno di essere espresso. Il resto va lasciato agli inguaribili esteti del Novecento, gente perbene, ma che ha scelto di fare così, insomma soltanto di contemplare.

Nella musica contemporanea l’irruzione di un nuovo linguaggio deflagra e impressiona assai prima della classificazione dei suoi protagonisti. Arriva prima il suono, poi le figure. È successo col punk, col rap e con la trap – che in questi mesi compie dieci anni dal primo apparire. Il botto lo fanno l‘idea e l’innovazione, per quanto siano rudimentali i primi interpreti a proporsi. Dopo, col tempo, arrivano le analisi, le gerarchie di valore, le valutazioni approfondite. E dunque è giusto un decennio che è entrata in circolazione anche da noi la trap, evoluzione generazionale e impossessamento da parte degli ultimi arrivati di alcuni principi fondativi del rap, riveduti e corretti. La trap è esplosa e ha conquistato un pubblico che l’ha identificata come “propria”. Intanto ha resistito agli attacchi critici contro le sue tecniche – la lamentosa polemica contro la manipolazione digitale delle voci – contro i testi, tacciati di autoreferenzialità al confine col delinquenziale, contro gli sproloqui inascoltabili, a base di soldi, Rolex, pupe e pistole. In un paio di stagioni la trap ha chiarito di non essere una moda, ma un linguaggio proprietario, abile nel trovare soluzioni evolutive. Intanto i protagonisti hanno cominciato a definirsi e a ricevere lo spietato scrutinio dei grandi media: si è stabilita l’equazione trap uguale maranza, oppure uguale soggetti ad alto rischio usciti dai ghetti metropolitani, decisi ad affermarsi con una musica di comodo e contenuti incendiari, senza nemmeno rinunciare all’appartenenza criminale, per non dire dell’incazzatura razziale e dello sprezzante rifiuto delle convenzioni. L’intero pacchetto è diventato materiale d’indagine televisiva, a dispetto del fatto che la casta degli Sfera Ebbasta, Rondo da Sosa, Paki, Baby Gang col passare del tempo abbia optato più per l’isolamento mediatico che per la conquista di nuove ribalte, vuoi perché per molti di loro si sono complicate le vicende esistenziali, vuoi per le svariate faide e la difficoltà di collocarsi nel nuovo status sociale.

I trapper sono diventati famosi, ma sono rimasti nel loro territorio, non hanno cercato nuove vite fuori, si sono accontentati dei soldi e della fama per farne sfoggio con gli stessi che frequentavano prima. E intanto diventavano grandi. Oggi Gionata Boschetti ha 33 anni e interpreta ancora il ruolo di Sfera Ebbasta, ma ha smussato gli angoli. Non a caso è lui a officiare il primo atto delle celebrazioni per l’anniversario di un suono nel frattempo divenuto il nuovo pop italiano, dopo aver ha ridisegnato la discografia, influenzato i gerghi giovanili, ridefinito l’estetica dei coetanei. La rivoluzione di Sfera è cominciata nel 2015 quando pubblica insieme al braccio destro Charlie Charles l’album “XDVR”, mentre l’amico manager Shablo si adopera perché tutto ciò assuma un impatto devastante sulla scena musicale. La versione italiana di un suono concepito nel sud degli States trova infatti terreno fertile da noi, grazie a una confluenza di fattori, a cominciare dalla rottura degli schemi del rap tradizionale, instradatosi verso tecnicismi lirici piuttosto esoterici (Lamar, Kanye West). La trap invece nasce e prospera su YouTube e sui social, bypassando radio e TV, stabilendo un filo diretto coi nativi digitali e sospingendo discorsi sufficienti a dar forma a un nuovo eroismo rappresentativo: il trapper è il personaggio “nonostante”, sgradito al sistema eppure capace di garantirsi una fulminea scalata sociale self made: dall’hinterland al flexing, i milioni ostentati, senza dar conto alle istituzioni. La periferia diventa brand, feticcio di fierezza, come già per le banlieue francesi. Sono suoni crudeli e scuri, racconti di spaccio e di vita di strada, spudorato sessismo, fino all’oggettificazione della “bitch”, ridotta a status symbol.

Il punto di svolta è la tragedia di Corinaldo (2018): nella disco Lanterna Azzurra, prima di un DJ set di Sfera Ebbasta, il panico scatenato dallo spray al peperoncino nebulizzato da un gruppo di teppisti uccide cinque adolescenti e una madre. La trap fa il primo esame di coscienza e ne esce con la svolta melodica di fine decennio, allorché il genere s’ammorbidisce e si contamina con il pop, entrando nelle rotazioni radiofoniche con l’avvento di Ghali, volto “integrato” e poetico della trap. Negli ultimi anni poi affiora il ritorno alle cupezze degli inizi, riemerge lo spirito di rivincita nella drill dei trapper che riportano al centro del discorso la criminalità e il disagio. La nuova onda, è il megafono delle seconde generazioni di immigrati (Rondo, Simba La Rue, Baby Gang) esprime una rabbia radicale e un rifiuto dell’integrazione “buonista” a favore di una rivendicazione identitaria aggressiva, segnata dal conflitto con le forze dell’ordine e con la Giustizia. 

                                       

Oggi la “trap pura” esiste a malapena. Il genere si è ibridato col pop, il reggaeton, la dance. Sono emersi artisti tecnicamente dotati come Lazza, Capo Plaza, Tedua, ha fatto rumore la scena napoletana guidata da Geolier, che ha mostrato come il dialetto disciolto nella trap possa riempire gli stadi e arrivare secondo a Sanremo. Nella Capitale la trap ha assunto un formato più borghese e al tempo stesso satirico, quasi da commedia sexy, per come l’hanno interpretata, nel pieno culto delle personalità, i tipi della ex-Dark Polo Gang, ambiziosi al punto di far coincidere la lezione dei rapper sgangherati del Truceklan con le ballate da nightclub di Franco Califano, ascoltate dal giradischi di papà. E proprio la frequentazione delle ribalte tradizionali come il Festival, dove Tony Effe si cala come Scarface, o la proliferazione dei talent show, a sospingere la normalizzazione del genere. Le major mettono sotto contratto chiunque abbia buoni numeri sullo streaming. mentre i produttori come Sick Luke, e Drillionaire serializzano un “Italian Type Beat” che flirta apertamente col pop. Lo racconta bene il libro scritto a quattro mani da Alberto Piccinini e Giovanni Robertini, “Maxi-rissa. I diari della trap” (Nottetempo), mentre per dare il via alle celebrazioni di una musica nel frattempo divenuta qualcos’altro, il capostipite Sfera pubblica la riedizione di “XDVR”, ribattezzata “Anniversario” con due inediti degli albori della carriera. Quando arriverà l’estate non mancheranno le grandi rimpatriate: il trapper di Cinisello Balsamo s’è già portato avanti, annunciando due show a San Siro, l’8 e 9 luglio a San Siro. Titolo: “$€LEBRATION”, scritto così. Per ironizzare su quella a prima vista era stata presa soltanto come una rivolta di un gruppo di sfacciati supercafoni.
 

Di più su questi argomenti: