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La voce forte e intatta di Danno nel suo primo disco solista
“AKA” è un lavoro che mette subito in vista la propria prerogativa di profondità, ribadendo l’utilizzo di una lingua rap come strumento di resistenza intellettuale
L’uscita di “AKA”, primo disco solista di Danno, alias Simone Eleuteri, noto come frontman del Colle der Fomento, l’unità basilare del rap romano classico attiva già sul finire del millennio scorso, è un evento che coniuga il piacere nel riascoltare questa voce e nel ritrovarla forte e intatta nonostante le 51 primavere, con la possibilità di valutare quanta acqua sia passata sotto i ponti, trascinando con sé lo stravolgimento di questo genere musicale.
Il rap, quello generato all’interno del Raccordo Anulare, all’indomani dei natali databili all’imbocco degli anni Novanta ha vissuto una lunga stagione di impegno, serietà, perfino responsabilità. Era un linguaggio giovanile inedito, che rifiutava la subalternità, facendosi carico di veicolare messaggi di verità, denuncia e protesta senza scendere a compromessi e al tempo stesso senza neanche rinunciare a una specie di istintivo romanticismo (quasi che i rapper siano stati una razza a rischio-estinzione fin dagli esordi). Di questo assunto il Colle der Fomento è stato un orgoglioso alfiere, collocandosi esattamente al centro di quel progetto collettivo, fertile e ambizioso, chiamato Rome Zoo. Poi sono successe un’infinità di cose, i contenuti predominanti si sono scalzati l’un l’altro, la metamorfosi pop della musica rap è stato un fenomeno fragoroso almeno quanto il suo successo sempre più mainstream, da cui una decina d’anni fa si sarebbero divaricate le varianti trap e la pesante mercificazione di quel suono. Ed ecco che oggi riascoltiamo il rimare di Danno scortato dal fedele produttore e beatmaker Dj Craim, e tenendo conto dei suoi trent’anni di carriera scopriamo che in questo caso la coerenza non va scambiata per immobilismo. “AKA” è un lavoro che mette subito in vista la propria prerogativa di profondità, ribadendo l’utilizzo di una lingua rap, ancora nel suo formato primigenio, come strumento di resistenza intellettuale, senza confinarne l’interprete nel ruolo di guardiano del presidio.
La sensazione piuttosto è che Simone-Danno qui restituisca valore a una lingua che si sta poco alla volta eclissando, almeno per quello che è stato il lessico delle origini. Non appena ci si cala nei solchi dell’album, è immediato il riconoscimento dei segni distintivi e inconfondibili dello stile di questo artista: il battito denso, cupo, rigoroso, potente delle basi, su cui la voce di Danno viaggia con precisione spietata, disseminata di riferimenti al cinema di genere (il poliziottesco anni Settanta, il noir metropolitano) dove la parola diventa cinepresa, tra contrasti espressionisti e la complessità di una narrazione colma di citazioni e rispettosa di un codice etico: “rimanere veri”. E quindi il riaffiorare di una romanità affaticata ma al tempo stesso autorevole, lucida, mai vittimistica, estranea allo stereotipo della caciara. Danno discende dal tempo dei Fibra, Neffa e degli Assalti Frontali, è un figlio degli anni Novanta, allorché il rap generava dogmi, percepiva una finalità politica, o meglio post-politica, praticando una coerenza che sfiorava il misticismo. E lui, fin dai primi passi con il Colle der Fomento, è stato l’architetto di questo solido proposito di sincerità: non vendere soluzioni, ma descrivere la realtà, assegnandole poca speranza ma molta dignità. In “AKA” non appaiono le abituali partecipazioni speciali se non, nell’ultimo pezzo della scaletta, quella di Motta, artista col quale Danno già in passato ha collaborato, a margine del suo interesse per il migliore filone cantautorale italiano, forse ancor più che per i coevi rapper americani.
Tra le dieci tracce dell’album due in particolare si elevano per qualità: l’imprevedibile “Tom Waits” che non è un semplice omaggio a un artista amato, ma la rivendicazione d’appartenenza a quella certa letteratura da marciapiede, cosparsa di lampioni fulminati. E quindi la prevedibile “Roma Brucia” nuovo inno metropolitano alla disillusione verso un luogo che si nutre della propria decadenza e sul quale Danno ha scritto tanto. Ribadendo, anche in questa occasione, di non essere interessato ad abbassare il tono della conversazione. E di ostinarsi a non voler piacere a tutti, e non voler parlare a tutti, ma solo a chi ha gli strumenti per riceverlo. Se ne ricava la convinzione che il valore del classic rap romano risieda proprio in questa capacità: essere d’istinto monumentale, resistente, poetico e al tempo stesso editoriale riguardo alla nostra cultura urbana, non rinunciando mai a solidificare il discorso. Laddove attorno s’assiste alla liquefazione dei contenuti, al culto dei Rolex, della iper-visibilità, dei sogni a occhi aperti.
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