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U2 sulle barricate
Esce “American Obituary” degli U2 e lo showbiz si accorge delle ingiustizie contemporanee
Dopo “Streets of Minneapolis” del Boss, ora anche il gruppo irlandese, dopo nove anni di letargo, parla delle cronache internazionali con "Days of Ash", un extended play con tematiche che muovono dai fatti di Minneapolis, fino a Gaza, all'Ucraina e all'iran
Dopo un anno di lungo, strano silenzio, e quasi in sincrono, un numero di celebrità del mondo anglosassone, che cresce di giorno in giorno, ha rotto gli indugi ed è sceso in campo vocalmente contro Donald Trump, le sue politiche repressive e le altre flagranti ingiustizie ai quattro angoli del pianeta. A ingrossare il gruppo arrivano adesso a sorpresa dei redivivi U2, evidentemente risvegliati dalle cronache internazionali da un letargo durato quasi nove anni, ritrovando il filo di un attivismo partecipativo a cui hanno sempre rivolto particolare attenzione. “Days of Ash”, giorni di cenere, è un extended play contenente cinque pezzi e un’invocazione, che anticipa un album vero e proprio previsto entro il 2026 e le cui tematiche muovono dai fatti di Minneapolis, a cui viene dedicato “American Obituary”, necrologio americano, potente il pezzo d’apertura, per poi spostare lo sguardo su altri fuochi di guerra, da Gaza, a cui è dedicato il miglior pezzo del disco, la struggente ballata “The Tears of Thing”, nei cui versi Bono descrive un dialogo immaginario tra Michelangelo e la sua creazione David, sulle motivazioni dell’odio che contrappone gli esseri umani.
Arrivando poi a occuparsi di Ucraina e delle sollevazioni in Iran, in ciascun pezzo celebrando un martirologio – quello dell’americana Renee Nicole Good, quello del giovane palestinese Awdah Hathaleen, quello della sedicenne attivista Sarina Esmailzadeh per le strade di Teheran. I pezzi presentano una versione super classica degli U2, con il recupero delle sonorità del periodo eroico e sorvolando sulle più recenti e spesso sfuocate sperimentazioni. La chitarra scintillante di Edge spesso avanti a tutto a trascinare i brani, passando il testimone a un Bono vocalmente tirato a lucido e sospinto dal suo antico afflato empatico, mentre un’apparizione di Ed Sheeran nel pezzo conclusivo non suona particolarmente significativa. L’impressione generale è che i quattro irlandesi abbiamo colto questo generale risveglio politico per riaccendere un vecchio fuoco passionale, rianimando il filone di canzoni di protesta che ha costituito il nucleo originale del loro percorso, quando ancora correvano gli anni Ottanta: “Dovevamo mettere fuori queste canzoni subito”, ha detto Bono presentando il lavoro, “c’era troppa urgenza di condividerle”.
La mossa certamente aggiungerà ulteriore rumore mediatico a quello provocato da uno show business che adesso sembra decidersi – tardivamente – a prendere parte ai grandi rivolgimenti in atto: “American Obituary” si incolonna subito dopo la “Streets of Minneapolis” del Boss mentre, in generi attigui, imperversano sui social, anche internazionali, i monologhi anti trumpiani di Jimmy Kimmel, o Stephen Colbert mette a segno un nuovo colpo da maestro con gli otto milioni di visualizzazioni YouTube dell’intervista al brillante candidato democratico al Senato James Talarico, appena censurata dalla Cbs per il suo “Late Show”. E’ una campagna con molti focolai che si vanno manifestando nel mondo dello spettacolo, i cui titolari stranamente sono quasi sempre dei veterani, mentre per ora ci sono scarse tracce di un attivismo artistico e culturale proveniente dall’underground. Il vero interrogativo sta nel dimensionare l’impatto di questo fenomeno, di sicuro destinato ad amplificarsi con l’approssimarsi del voto americano di Midterm che minaccia di sottrarre il controllo delle Camere alla compagine presidenziale.
Già in passato è stato messo in discussione l’effettivo valore di discese in campo di questo genere che, se da un lato hanno la forza di calamitare l’attenzione o perfino la mobilitazione dei fans, possono però rivelarsi dei boomerang allorché arrivano alle orecchie di una platea più vasta, dove il fastidio per gli sconfinamenti in campo politico di questi vip, identificati con il privilegio, può risvegliare ben noti nervosismi populisti. Del resto, con una band come gli U2 non si va oltre messaggi sloganistici, buoni per accendere la platea di una manifestazione, ma piuttosto scarichi quanto a contenuti propositivi: “L’America si solleverà contro coloro che le mentono / il potere del popolo è tanto più forte della gente di potere”. Ci risiamo, come nel caso di Springsteen: belle parole, ma poi? E quanti le ascolteranno scrollando le spalle? La chiamata alle barricate è destinata a diventare un fattore, oppure è meglio “a ciascuno il proprio orto”? A questo proposito date un’occhiata a quel Talarico, un seminarista presbiteriano con l’aria del bravo marine, ma con alcune argomentazioni e con uno stile comunicativo che potrebbero sortire effetti inattesi. Perfino in Texas.